Tracce di Venezia

Bar Speranza.

A Venezia mi muovevo a piedi. Su e giù per i ponti. Col passo veneziano. Veloce, deciso, scattante. Chilometri e chilometri. Otto, dieci al giorno, da casa all’Università, alla mensa, alla libreria, al bar. Da Calle de le Canne fino a San Giacomo De l’Orio per raccogliere un compagno di corso, che dormiva dalla vecchia Folìn, quella che calava con la fune il cestino della spesa giù dalla finestra dell’ultimo piano, poi insieme proseguivamo fino a Campo San Polo, col pozzo e il vecchio cipresso, finché sparivamo inghiottiti negli anfratti di Calle del Magazen, che devi avercene del coraggio a infilarti spavaldo in quello strettissimo budello, buio e ritorto, credendo che alla fine ci troverai Ca’ Cappello, ovvero la tua Facoltà di Lingue e Letterature Orientali. 

Talvolta, dopo le lezioni di kanji, me ne tornavo ‘a casa’ attraversando il Canal Grande col traghetto, col bel gondoliere che remava solerte e parlava coi veneziani in veneziano e in veneziano anche con me, un emiliano che la laguna aveva preso in ostaggio per il tempo d’una laurea. Una volta, il mare era grosso, il vento soffiava forte ed ebbi davvero paura: la gondola-traghetto fu sballottata fuori rotta, in mezzo al canale, e il giovane, biondissimo Caronte dovette vogare con foga e bestemmie ostrogote per riportarci in salvo al pontile. Poi, scampato il naufragio, il servizio cessò, appena dopo di noi.

Quand’era buio, e lo era spesso a quell’ora d’inverno, facevo sosta col mio compagno di studi al bar ‘Speranza’, dove ci trovavi solo veneziani, o lagunari. Vecchi. Disperati. Ubriaconi. Pittoreschi. Irreali.

Come Barbara, la decrepita prostituta con la parrucca, che scambiava le pillole antidepressive con l’amica e cantava, con voce roca e gracchiante, ‘mi ci vuole un uomo’, continuando ad adocchiarci. Un anziano signore, amante geloso, attaccato al telefono a gettoni vicino al cesso, aveva insultato per mezz’ora un sedicente rivale a suon di ‘mona’ e ‘mi te copo!’

Poi, quel padre di famiglia avvinazzato, a tracannare l’ennesima ‘ombra de vin’, col figliolo adolescente che lo tirava per la giacca, piagnucolando ‘’ndemo, popà, basta bèvare!’

Tutto questo – e altro ancora – ha costituito lo sfondo dei miei quattro anni a Venezia, l’humus bizzarro d’una tesi orientalistica che rimane a tutt’oggi un lavoro di dubbia utilità benché di passioni profonde, che nella vita m’ha lasciato un segno di non poco conto, soprattutto per la memoria che si sta tingendo di sogno lontano, pur essendo stata esperienza.  

Il micidiale labirinto.

Venezia m’ha insegnato a riconoscere, fra le calli strette e buie, il profumo dell’acqua del mare. A sentire la fatica dei miei passi che saltavano i gradini di pietra mentre correvo su e giù per i ponti. A gustare la dolcezza del silenzio, standomene seduto sopra un pozzo al centro d’un campo solitario. Che poi il campo, in veneziano, è una piazza in italiano. 

M’ha pure sbeffeggiato facendomi smarrire fra le pieghe del suo tessuto urbano e m’ha umiliato come un ‘mona’, risucchiandomi nell’intrico del suo micidiale labirinto.

Una sera, il primo anno, avevo deciso d’uscire appena dai percorsi certi e noti, casa-università-mensa e viceversa, e d’inoltrarmi nell’ignoto per una spavalda passeggiata. “Tanto io m’oriento bene”, avevo pensato assai arrogante, quant’ero uso agli spazi della bassa. Invece, bastò una lieve deviazione, svicolando a destra e poi a sinistra, per entrare nei budelli più intricati dove lascia ogni speranza colui che v’entra. Se non è un veneziano.

Luci fioche assorbite dal buio pesto, strettoie lunghe fra muri quasi combacianti, porte tarlate che chissà quale demone ci abita dietro, gallerie così basse che ci sbatti quasi la testa e che sbucano in corti che paiono l’androne d’una strega, selciati sconnessi che terminano d’un tratto nell’acqua, mozzati a picco sul canale che non puoi attraversare ma devi ritornare al tuo punto di partenza che, con angoscia, scopri sempre differente. “Ma ci sono già passato?”

Era stato davvero un incubo. Indimenticabile.

Quando poi, dopo un’ora di zig zag sincopato e disconnesso, con il cuore un poco in gola e i passi ormai pesanti, risbucai casualmente su una nota salizada, mi ci aggrappai riconoscente come un naufrago che afferra la fune, procedendo guardingo per non smarrire la via della salvezza, ovvero la mia calle delle Canne, dopo il ponte dei Tre Archi.

Perché, dopo la burrasca in mare, il conforto d’arrivare in porto è uno dei piaceri più ambiti e vedere, oltre la laguna silenziosa e buia, le luci e i fumi di Marghera, conferma che dai sogni prima o poi ci si desta.

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