“Monít!”
A Tel Aviv vivevo nel cuore della città, vicino alla piazza dove hanno ammazzato Rabin e che, da quel giorno, ha cambiato nome: Kikar Ha-medinah – piazza dello Stato – è diventata Kikar Rabin, piazza Rabin, appunto. A Tel Aviv non avevo l’auto e mi muovevo con i mezzi pubblici, che ogni tanto qualche terrorista cisgiordano faceva saltare in aria senza troppi complimenti. A me è andata sempre bene, visto che il bus lo prendevo almeno due volte al giorno per andare all’università. Del resto, in Israele, al rischio ci s’abitua, se ti vince la paura non fai davvero più niente. Una mia amica israeliana m’aveva confessato che quando doveva spostarsi in corriera, indossava biancheria intima di livello perché, in caso fosse morta, non voleva sembrare una zoticona a chi avesse ricomposto i suoi poveri resti. Non credo che scherzasse, conoscendo la tipa e i tre tipi di rossetto con cui si tingeva contemporaneamente le labbra per apparire più bella. Ma bella non era.
Una sera, andai a trovare un mio compagno d’università, un ricco rampollo di buona famiglia. Aveva origini rumene e s’era trasferito a Tel Aviv da piccino grazie alle innumerevoli migrazioni assistite che lo stato d’Israele combinava con certi paesi, allo scopo di favorire la riunificazione del popolo eletto. Ofer, così si chiamava in ebraico, diceva d’essere nato povero in canna in un qualche sobborgo sovietico di Bucarest ma poi in Terra Santa la sua famiglia aveva fatto i soldi che lui spendeva i vestiti di marca. Non era un tipo intellettualmente interessante ma era giovane e bello e si godeva la vita nella sua villa con piscina a Kfar Shmariahu, un po’ fuori città.
All’una di notte, ancora un po’ brilli di birra Hamakabi, il biondo Ofer m’accompagnò alla fermata dell’ultimo bus per il centro che però era già partito. Un po’ contrariati, ci mettemmo ad aspettare seduti sul muretto finché passò un taxi. “Monit!”, gridammo, sbracciandoci in mezzo alla via per fermarlo. ‘Monit’ in ebraico vuol dire taxi. Il tassista si fermò, per fortuna la vettura era vuota. Non notai che il conducente osservò bene come ci salutammo e come Ofer era rimasto imbambolato sul marciapiede finché non m’aveva visto scomparire nel buio della strada: dopo tre anni nell’esercito, gli israeliani sviluppano l’occhio di falco, avrei dovuto immaginarlo.
Durante il tragitto, il tassista – un tipo sui quarant’anni, di origini irachene – mi fece il terzo grado, un po’ come tutti, del resto, e mi pose le solite domande: perché parlavo così bene ebraico se non ero ebreo, dove si trovava esattamente Ferrara, cosa pensavo di Tel Aviv e degli israeliani, se mi piaceva l’humus col falafel. Io rispondevo un po’ assonnato e distratto mentre osservavo le luci lontane fuori dal finestrino, chiedendomi in che punto dell’oscurità si trovasse il confine, dove le certezze che abbiamo diventano territorio ignoto. A quel tempo ero un giovane ventottenne coi capelli lunghi, il bomber verde e i jeans stracciati, quando ancora non andava di moda. Ero addirittura finito sui giornali per essere un raro studente italiano al corso di filologia ebraica moderna in Terra d’Israele. Beato fra le donne.
Arrivato a Tel Aviv, il tassista si fermò sotto casa. Chiesi il conto. Mi rispose quanti shekel m’era costata la corsa notturna. Non mi meravigliai, ero preparato. Non ero invece preparato alla sua proposta di non farmi pagare. Poi, con tono basso e malandrino mi sussurrò che, se avessi voluto, avrebbe potuto continuare il servizio portandomi fin su in casa. Gli risposi ‘lo, todá, lo mea’nién otí’. Aprii il portafoglio e gli lasciai in mano venti shekel. Mi congedai dicendogli di tenersi il resto, come mancia. Intanto, i lampioni del viale Beeri proiettavano sul marciapiede l’ombra profumata dei rami d’eucalipto.
La moka dall’Italia.
A Tel Aviv ho vissuto per un anno e mezzo. Una città frizzante e caotica, dove non t’annoi mai. Stavo in via Beeri numero 11, una stradetta banale nel cuore della città, vicino alla piazza del municipio, dove hanno ammazzato Rabin. Abitavo presso una coppia d’israeliani che m’avevano affittato una cameretta con balcone. Le tipiche case fatte a blocchi di cemento, intonacate di calcina bianca, con un rigoglioso giardino di piante sul davanti e il serbatoio dell’acqua posizionato sul tetto, a scaldarsi col sole. Quando facevo la doccia, mi piaceva pensare che quel teporino fosse frutto dei raggi solari, e non di una vecchia caldaia a gas.
Per andare all’Università prendevo l’autobus 24 fino a Ramat Ha-Sharon, e non mi passava nemmeno per la testa che, ogni tanto, sul bus ci poteva scoppiare la bomba, m’esercitavo a non far transitare quel pensiero attraverso il cervello. E funzionava. Ma stavo con gli occhi ben aperti. Mi dovevo abituare, come da prassi.
In Israele, mi mancava un po’ il mio solito caffè italiano: quello della moka, per intenderci. Odiavo la brodaglia fatta col Nescafé solubile, che allungavo col latte scremato, un obbrobrio per le mie viziate papille gustative. Fu così che mia madre, dal nostro paesello padano, ebbe l’idea di spedirmi a Tel Aviv una caffettiera monotazza, comprata dalla Mirna di Bondeno. Passò un mese, ne passarono due, e la moka ancora non m’arrivava; ne trascorsero tre, e poi anche quattro, ma del pacco nessuna traccia.
Quando se lo vide ritornare indietro, col timbro rosso che riportava ‘khefetz khashùd/oggetto sospetto’, mamma capì d’essere stata un po’ troppo premurosa con l’imballlo: avvolto in un grosso bozzolo di carta, infilato fra due vaschette d’alluminio, sigillato in un sacchettino di nylon, mummificato da parecchi giri di grosso nastro da pacchi e poi, finalmente, inserito in una busta di cartone con l’indirizzo del ricevente e, ovviamente, del mittente. “Così, t’arriva di sicuro!”
Invece, la nostra supermoka, oggetto metallico sconosciuto e reso ancora più irriconoscibile dalla sollecita mammina, appena arrivata in Terra Santa fu scambiata per una bomba artigianale e rispedita prontamente al covo della presunta terrorista padana, senza un se, senza un ma… E il caffè? Vai di Nes!