Tracce di Milano

I mercoledì sera.

A Milano abitavo in via Negroli, una trasversale di viale Corsica, non lontano dalla ferrovia, e ogni tanto raccoglievo con la paletta le polveri sottili che spazzavo sul balcone. Sotto casa ci stava una grande negozio di acquari, dove non aveva senso che andassi, due bar pasticceria, dove presi due caffè, poi un negozio di scarpe, un patronato per l’immigrazione, una piccola attività di riparazione sartoriale, un frutta-verdura-fiori-piante, un giornalaio, una vetrina di domotica e un tabacchino, tutti luoghi in cui invece non mettevo mai piede, neppure per sbaglio. Anche se n’ero rimasto un po’ incantato. Alla fine della strada, all’incrocio con il viale, c’era pure una pizzeria, che mi servì talvolta, quando disertavo il supermercato. 

Uscivo di casa alle sette di mattina e rientravo alle otto, ovviamente della sera. Della Milano da bere non ho mai avuto esperienza anche perché il Mario, il mio unico amico ‘milanese’ che invece era un sardo, si dichiarava pressoché astemio e aborriva il caos dei navigli. Con lui uscivo solo i mercoledì sera, per andare al cinema: insieme, vedemmo ‘Cento chiodi’ di Olmi, che mi scaldò il cuore con le immagini del Po, e un assurdo film di Tarantino dove un pilota pazzo e ben protetto uccideva i passeggeri fracassando l’auto contro i muri.

Col Mario, prima dei film, provavamo tutti i ristoranti etnici della zona, dal tailandese coi gay vestiti di turbanti e teli che ci spennarono vivi, all’All You Can Eat dello Sri Lanka, dove il proprietario sgridò la filippina che aveva buttato via metà del piatto, al libanese che m’illuse di trovare nel retro d’un garage il migliore falafel con humus, al fusion asiatico aperto da italiani, al giapponese tenuto da cinesi, al cinese in centro che ti puzzava persino lo slip, al messicano, all’eritreo, al russo, insomma, uno zibaldone di gusti, profumi e colori.

Una sera, però, arrivammo fin quasi in campagna e fu una delizia incontrare la vecchia Milano che non conoscevo, con coppie d’anziani vestite un po’ in tiro, le tovaglie a quadretti e le stampe del duomo fatte con il ciclostile, dove un cantante attempato, nazional popolare, cinguettava in dialetto meneghino. Fu là che scoprii con disgusto, nella cassöla ordinata, pelose cotenne, ungulati zampetti e grassi codini, rimpiangendo quel giorno di non essere mai stato un aspirante vegano.

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