Il senso delle cose.
A Roma, abitavo all’ultimo piano d’un palazzo signorile degli anni Venti che profumava di polvere. L’ingresso dava su un sontuoso corridoio di marmo ma la portinaia in ciabatte era sciatta, grassissima e svestita, con due cosce che parevano prosciutti cotti messi disperatamente in vetrina, non ho mai capito a disposizione di chi. C’era un giardino interno con le palme e ogni volta che passavo per il porticato sentivo una certa frescura. L’ascensore in ferro battuto sembrava una gabbia per gli uccelli e mi piaceva scendere e salire aprendo le porte interne di legno odoroso col vetro smerigliato. Le scale non erano pulitissime ma capisco che non doveva essere facile per la portiera arrampicarsi fin lassù. Stavo bene in quell’appartamento: raccontava di mistero.
I soffitti erano alti alti e pure le finestre, con le persiane verdi e le tende grigie. D’inverno entravano gli spifferi gelidi e d’estate la calura. Ma amavo guardare i tramonti infuocati e udire la gente che passava per il viale lì vicino.
Un crepuscolo di luglio, all’improvviso, odo delle note d’un pianoforte. M’affaccio e, sul terrazzo davanti al mio palazzo, vedo che qualcuno ha organizzato un piccolo concerto di musica classica, un assolo di piano, con qualche sparuto spettatore. Non so chi, non so perché. Potevo solo immaginare. Sono rimasto affacciato alla finestra a rubare quella melodia struggente mentre le ombre s’allungavano nella stanza e la luna saliva alta nel cielo.
Anch’io avevo un terrazzo che dava sui tetti del quartiere Trieste. A guardare lontano, scorgevo i monti azzurrini, “forse il Terminillo”, mi piaceva pensare. Dal terrazzo si spandeva il profumo del mio gelsomino e della lavanda mentre gli alberelli di limone e di chinotto punteggiavano d’agrumi il muro intonacato. Di fronte, ogni tanto qualcuno stendeva il bucato che svolazzava nel vento. Da una finestra al piano di sotto, una coppia di giovani cucinava. Dalla finestra davanti, una vecchia incanutita sbirciava un attimo e poi scompariva. Le antenne sui tetti erano tutte storte, il vento le aveva piegate e così sono rimaste: ciononostante, i tre parrocchetti verdi le usavano come trespolo prima di prendere il volo nel cielo.
Avevo un amico romano che talvolta saliva da me in terrazza a parlare del senso delle cose. Abbiamo usato tantissime parole, prodotto tantissimi pensieri ma non siamo arrivati a nessuna conclusione o meglio, a nessuna spiegazione. Perché tanto, sarebbe stata inutile e relativa. Spesso gli aerei al decollo da Ciampino coprivano le nostre voci mentre grossissimi gabbiani spiegavano le ali prima di planare sui cumuli di spazzatura che coprivano il marciapiede alla fermata del Trentotto.
Oltre l’apparenza.
A Roma mi muovevo coi mezzi. Treni, autobus e metropolitane. Comunque ne sparlassero i romani, qualunque fosse il pregiudizio degli stranieri, quantunque sapessi che certe cose erano vere, poiché le avevo vissute. E che, su certi mezzi, ci piove dentro. Che le scale mobili e i tapis roulant, ogni due per tre, si sfasciano. Che, ogni tanto, l’autista sbaglia strada o salta le fermate. Che la stazione Tiburtina, pensata con ardire avveniristico, sta in mezzo a dei campi d’erbaccia. L’autobus che va a fuoco, invece, non m’è mai capitato di vederlo, per fortuna. Ma l’ho letto spesso, su Roma Today, mentre mi recavo al lavoro.
Roma l’ami, anche con quei mezzi. Perché Roma è Roma, quando l’incontri non ti sbagli. Non t’illude d’apparenza, ha un cuore che è quello che è. Io a Roma ho capito delle cose, mi son fatto carezzare, ma il cuore non gliel’ho mai sfiorato. Ci ho girato attorno, ne ho sentito le vibrazioni, i battiti, ma non ho fatto in tempo a toccarglielo. Lei, però, ha toccato il mio.
Me l’ha toccato attraverso certe strade dissestate che pare v’abbiano buttato le granate. Però nelle buche, quando piove, ci si specchiano le ambasciate della Nomentana o i pini dell’Aurelia. Me l’ha incantato con uno stormo di parrocchetti verdi che, in volo, m’hanno tagliato la strada mentre costeggiavo il muro di Villa Ada. Me l’ha rubato stordendomi fra le diverse prospettive d’epoche stratificate che ti danno le vertigini, mentre si fondono silenziose in un punto all’orizzonte, dove svetta una palma così alta che non ci credi.
Me l’ha scaldato con la passione di chi ci ho incontrato, ad un punto del mio viaggio, che ha sorriso della vita sulla sabbia di Fregene, senza voler in cambio un grazie. Ma io il grazie glielo devo.
Non so se Roma avrà pietà di noi mortali e delle sue pietre destinate a sgretolarsi.
Del resto, perché dovrebbe averne, se siamo tutti – lei compresa – apparenti e transitori?
La prima grattachecca
A Roma, in un tramonto d’estate, mi portarono al Pigneto. In quel quartiere c’ero mai stato. Noi eravamo la solita manciata d’affiatati talentuosi, cui s’era aggregato il mio amore. Entrammo in una trattoria che più tipica non si può ma, a differenza di quel che avevo pensato, mangiai una mozzarella in carrozza e della carne di cavallo. Perché questo offriva la casa. La carrozza col cavallo m’era sembrata una scelta coerente.
Alla fine della cena il cameriere, che era un giovane spilungone rosso di capelli e peraltro un po’ sdentato, iniziò a prepararci la grattachecca. Senza che gliela ordinassimo. La mia prima grattachecca. Fu un incanto vedergliela raschiare. La mia posizione era privilegiata. Nell’angolo vicino al cesso. Ma da là avevo la vista d’un falco.
Faceva caldo. Lo vedevo sudare. Sudava e s’asciugava la fronte. Mi chiesi come puoi sudare così tanto mentre stai a grattare con la pialla chino su un immenso blocco di ghiaccio: giunsi alla conclusione che era una domanda inutile. Dopo cinque minuti ci portò la prima grattachecca. Prima ‘alla bionda’, così l’aveva chiamata. Ovvero alla signora. Eravamo in sei, cinque uomini e una donna. Rabbrividii un po’, di quel passo ci avremmo impiegato una buona mezz’ora per concludere la serata. Lui grattava, grattava. E sudava, sudava. S’asciugava la fronte con le mani e con le mani ritornava a grattare. Soffice ghiaccio nel bicchiere. Sciroppo d’amarena. Mescolare il tutto. ‘In fondo, anche il sudore è liquido’, avevamo pensato. La seconda grattachecca. Per un altro di noi maschi, mentre la bionda già era arrivata a metà.
Infine lo beccai! Si sarà fatto male? La pialla taglia. Beh, il sudato rossiccio aveva avuto uno sguardo sofferente. Poi aveva biascicato un’ imprecazione. Forse una bestemmia. Di certo, in romanesco. Infine, s’era fermato, s’era osservato il dito con stupito fastidio e aveva ripreso a grattare. E gratta, e gratta. Aggiungi l’amarena. Un bel bicchierone fresco e rosso. Molto rosso. Per il terzo commensale. Ovvero, per me. Che sfiga! Ebbi questo pensiero. L’amarena è rossa come il sangue. Nel caso sarà appena una goccia. Nel caso, lo potrei mai provare?
Il ghiaccio ammazza tutto. Tutto sommato, era rinfrescante e buona. La bionda l’aveva già finita, la sua grattachecca. Io l’avevo appena iniziata. Ne mancavano ancora tre. Uscimmo ch’era già buio, dopo aver discusso per il conto. Quella strada, al Pigneto, costeggiava la ferrovia. Incrociammo qualche crocchio di romani che stavano a chiacchierare seduti sulle seggiole, fuori della porta, d’estate. Mi chiesi se, per caso, non fossimo entrato inconsapevoli in un qualche film degli anni Sessanta. Naturalmente non era così, ma non fu affatto una domanda sciocca.