‘t Hof van Ellende, ‘La corte della miseria’.
La sera in cui decisi d’entrare in quel modesto café, mi sentii davvero uno straniero, nonostante il mio compagno di vita fosse anversese e, da quasi un anno, vivessimo insieme ad Antwerpen.
Avevamo scovato quel posto grazie al consiglio dei nostri amici Luk e Jan e dalla foto trovata su Internet c’eravamo subito convinti che valeva la pena di berci qualcosa. La sera era un po’ fredda e la pioggerella belga scendeva fine sui nostri capelli come una polvere bagnata che profuma di mare del Nord.
Il piccolo locale, lungo e stretto come il corridoio d’una vecchia casa, era molto affollato e la clientela più variegata s’ammassava chiassosamente al vecchio bancone profumato di legno, mescolando i respiri caldi al fumo che appestava l’aria. Parevano conoscersi tutti, o meglio, quella fu l’impressione che mi diedero gli avventori d’un posto privo d’etichetta e di formalismi.
Ordinammo una ‘t Bolleke, la birra locale acidula e scura, servita nella sua caratteristica coppa di vetro con due dita di schiuma e ci sedemmo all’unico tavolino rimasto libero, nell’angolo del corridoio, fra il pianoforte a muro e la porta della toilette.
Cercai di darmi un contegno parlando il fiammingo senza troppe pretese, senza riuscire a celare l’accento italiano che nessuno, là dentro, avrebbe mai saputo ricondurre all’inflessione emiliana.
Mik, l’anziana proprietaria, regalò un sorriso pure a noi due, emeriti sconosciuti in quel suo mondo abituale, non appena m’apprestai a scrivere sul muro un pensiero banale fra le numerose tracce d’inchiostro lasciate sull’intonaco che raccontavano di proverbi in dialetto locale, inni all’ubriachezza e versetti erotici. Mi parve addirittura esageratamente gentile quando uscii tenendo in mano il libro sulla Schelda e dovetti quasi insistere nel rifiutare il secondo tomo, la storia d’Antwerpen e del suo grande porto. Alla Corte della Miseria potevi prendere a prestito libri senza lasciare, in cambio, la tua identità.
Lungo la strada verso la nostra casa d’allora, in Floor Alpaesstraat numero 1, mi sentivo appagato, quella ‘miseria’ m’aveva arricchito. Ancora ignoravo che non sarei mai più tornato in quel luogo, destinato a chiudere qualche mese dopo, come apprendemmo poi dal giornale. Non ne feci un dramma, continuai a vivere come se nulla fosse finché un giorno, cercando tracce del mio passato ad Antwerpen, imparai per caso che al posto di quel fumoso café storico, adesso, ci trovi uno stretto e lungo ristorante cinese, ma col menú senza numeri.
Come nei quadri di Bruegel.
Usciti da Antwerpen, lasciammo la Schelda e seguimmo il viale fino a Lier, dove nel cuore turrito della città si biforca il Nete, un affluente che mescola due ulteriori rami, de Kleine Nete e de Grote Nete, il piccolo e il grande. Più a valle, il fiume incontra il Dender, altro corso d’acqua proveniente da Sud, e insieme diventano Rupel, che si getta nella Schelda, chiudendo così il cerchio.
Il Grote Nete si snoda come una biscia acquatica a ritroso, sospinto dalle potenti maree che, impadronendosi subdole del suo lungo letto, riescono a penetrare nelle campagne fiamminghe più profonde, terre scure, umide e battute dal vento, coi paesi dai tozzi campanili che Jacques Brel cantò malinconico, ‘mijn vlakke land, le plat pays’.
Percorrendo quelle strade, talvolta, usavamo fermarci a una vecchia taverna posta ai lati del crocicchio, col ponte sul canale alberato, per consumare un pannenkoek, la tipica, spessa crêpe cotta nel burro, servita con zucchero scuro o sciroppo d’acero, accompagnata da una birra ambrata.
Ti guardavo negli occhi: emanavano la serena gioia di vivere insieme le Fiandre. Osservavo i tuoi capelli, biondi come i covoni di paglia delle fattorie verso il mare del Nord. Tu mi sorridevi ignaro, mentre io continuavo a pensare ai quadri di Bruegel, ai paesaggi punteggiati di persone gaudenti che celebravano inni alla gioia danzando, bevendo e facendo l’amore, chiedendomi chi mai saresti stato tu, se fossi comparso nei suoi dipinti.
Forse proprio quel cane, disperato e fedele, che cerca il padrone, ubriaco fra i tanti.