Via Rivabella.
Vivere a Bologna per quasi diciott’anni non riesce a trasformare un ferrarese in un bolognese, anche se – nelle vene d’entrambi – ci scorre lo stesso sangue emiliano. Ma, oltre Malalbergo, è già un’Emilia di confine che i dotti Balanzoni, storcendo un po’ il naso, considerano zona depressa, in forte odore d’antica palude, intrisa di Polesine, ovvero un’altra terra. Certo, stare molto a Bologna t’appesantisce la cantilena, allunga lo strascico delle vocali, infarina di ‘soccia’ il tuo intercalare, ma non ti rende bolognese, anche se di lei t’innamori.
Di Bologna amavo le lunghe file di portici. La connessione fra strade diverse che consentono d’attraversare la città senza mai bagnarti, in caso di pioggia. Quella specie d’infinita galleria che culla e protegge dall’ombra del sole, facendoti sbucare d’improvviso in una piazzetta turrita, conducendoti tuo malgrado alla bottega del salumiere, con la mortadella e la coppa appese in vetrina.
Amavo i caldi colori dei muri che – nonostante sfregiati da spray dissennati – ricordano gli autunni nei boschi dell’Appennino e che, al tramonto, s’infuocano d’una passione il cui riverbero, nell’animo, non puoi non sentire. Amavo la finestrella in via Piella che, come un bambino estasiato, mostravo agli amici quasi a svelare un mondo nascosto, il canale delle Moline, un segreto liquido che profuma delle acque capricciose del Reno, penetrate nel cuore della città per proseguire, oltre il ponte della bionda, verso la bassa. Amavo il colle dell’Osservanza, da cui l’occhio spazia sulle tegole dei tetti e sulla pianura infinita, punteggiata di case e di strade, fino all’orizzonte sfumato, ove immaginavo di scorgere il Po, atavica certezza esistenziale.
A Bologna ho abitato a Borgo Panigale, al sesto piano d’un palazzone popolare con la vista su San Luca e le lontane nevi del Corno alle Scale; prima ancora, al Fossolo, al settimo piano d’un condominio anni Settanta che, ad ogni mio risveglio, mi mostrava a distanza le due torri pendenti e la sagoma di San Petronio; e ancor prima, in Via Rivabella, alle pendici dei colli, di fronte a Villa Aldini, sopra quello ch’era stata l’arteria vitale dell’antica Felsina, ovvero il torrente Aposa, che ora scorre silenzioso nel sottosuolo e in cui si narra annegò la giovane principessa dei Galli Boi, amante dell’etrusco Fero, che le intitolò in memoria il corso d’acqua, divenuta vena segreta della città dì Bologna.
Diciott’anni a Bologna t’influenzano di certo la vita, il tuo modo di sentire, e ti s’imprimono nell’essere. Ciononostante, non sono mai diventato un bolognese. Ci ho provato, ma è andata diversamente.
La Via degli Dei.
Abitavo a Borgo Panigale, un quartiere popolare posto all’estremità occidentale di Bologna, già in odore di modenese, ai confini con la campagna. A quel tempo, usavo fare trekking con due amici, anch’essi della bassa padana ma residenti come me nella città del Balanzone, e ci nutrivamo di lunghe passeggiate nei boschi di monte Venere, delle rupi scoscese di monte Adone, dei ruscelli gorgoglianti in cui ristoravamo i piedi, e delle tagliatelle dell’Elsa, la vecchietta che gestiva col marito un’osteria sperduta alle Croci, sui colli fra Savena e Reno.
Non so chi, un bel giorno, ebbe l’idea di tentare l’epica impresa, ma io accettai con entusiasmo. Stavo per attraversare a piedi l’Appennino, da Bologna a Firenze, seguendo la Via degli Dei, l’antico sentiero di valico fra due mondi, senza sapere cosa avrei trovato o, più precisamente, cosa avrei scoperto di me. Lo scoprii. E imparai.
Che avevo riempito lo zaino di cose inutili, ritenute indispensabili benché non lo fossero affatto.
Che ignoravo la presenza di polle e sorgenti nascoste fra i prati, vicino alla piana degli Ossi.
Che quando un cane randagio t’incontra nel bosco e sceglie di farti compagnia, aspettandoti paziente per indicarti il sentiero, decide lui di farlo, non sei tu a volerlo e poi, quando si stanca o trova altro da fare, si libera di te, andandosene per la sua strada. Non dovete rimpiangere nulla, è stato comunque bello.
Che ogni tuo passo è diverso dall’altro e non li dovresti mai sprecare, mentre invece ciondoli spesso senza cognizione di causa, perdendo talvolta il rispetto del corpo, gettando via qualcosa di fragile e di molto importante, che si consuma ogni giorno e non torna mai più.
Impiegai cinque giorni di cammino da piazza Maggiore a piazza della Signoria, centoventi chilometri per chissà quanti, intensi respiri. Sudai sotto il sole e mi bagnai in un giorno di pioggia, cercai di non sentire le vesciche ai piedi, mi godetti il silenzio del bosco profondo, il panorama delle colline offuscate dalla bruma al tramonto, la rigenerante fatica d’un saliscendi irto e mutevole, il quadro delle nuvole di passaggio nell’estate assolata dei miei quarant’anni.
Mi scese pure qualche lacrima, la notte del trentun luglio, carica di simboli e di significato, credendo di voltare pagina e chiudere un intenso capitolo. Per poi accorgermi con gioia, quasi un ventennio più tardi, che il romanzo è ancora in fase di stesura, e diventa sempre più avvincente.
Lo scooter metallizzato
A Bologna, per anni, ho usato lo scooter. Per andare al lavoro, per scorrazzare in centro, per salire e scendere dai colli, per esplorare certe strade di campagna. Era divertente. Entrava ovunque. Lo parcheggiavo ovunque. Volava. Era un cinquantino ma lo spingevo a tutta manetta col vento in faccia e gli abiti gonfi d’aria. Ero un po’ cretino ma avevo trentacinque anni e a quell’età sei ancora un po’ cretino. Lo sei anche dopo, ovviamente, ma a schiantarti ci pensi due volte.
A me è andata sempre bene. Si vede che qualche santo in paradiso m’ha preso in simpatia.
Solo una volta sono caduto e per fortuna avevo il giubbetto della North Sail, quello di tela resistente, che s’è bucato nella manica per l’attrito sul selciato ma mi ha risparmiato lo scorticamento brutale del braccio. Le due costole rotte, invece, non me le ha evitate. Ma non era colpa mia. Andavo piano, transitavo per piazza Malpighi all’incrocio con Ugo Bassi diretto dal dottore quando svisc. . . a un certo punto mi manca la terra sotto le ruote e scivolo, come se pattinassi sul ghiaccio, ritrovandomi a testa in giù col manubrio ficcato nel costato. La macchia d’olio perduta dal camioncino comunale era diventata una tela di ragno che, dopo di me, ha catturato altri poveracci in moto o in bici facendoli cascare come pere mature, roteando sui lastroni di pietra quasi fosse un film di Ridolini. Nessuno ha riso, però: neppure io, che per un mese ho avuto fitte dolorose e fastidiosi acciacchi a metà del petto e sul fianco, senza più riuscire a ridere di gusto.
Un’altra volta, ero andato a una festa d’una mezza pazza in via Santo Stefano. V’ero arrivato sobrio, ne ero uscito ritorto e piegato dall’alcol ma lo scooter ero riuscito a cavalcarlo fino a casa, a Borgo Panigale. Tanto, era notte fonda e il traffico dormiva. Forse, addirittura, ho dato un passaggio a qualcuno ma non potrei giurarlo. Ricordo invece la bellezza dei portici illuminati di Via Saragozza, la prospettiva del Meloncello e l’adrenalina nel corpo, mentre assorbivo il rombo del motore che riecheggiava nel silenzio dell’oscurità, verso il quartiere popolare di Borgo dove, in un garage degli anni Cinquanta, mettevo a riposare il mio Piaggio metallizzato prima di salire al sesto piano e accasciarmi stordito sul letto quando, attraverso la finestra aperta sulla pianura, si preparavano a entrare le prime e timide luci dell’alba.