Un segreto.
Avrò avuto all’incirca nove anni e molte cose ancora non le sapevo. Sapevo però che cosa mi piaceva e che cosa no. A ricreazione, il mio compagno di banco Daniele – bambino lungo come una lasagna e con l’apparecchio ai denti – mi chiamò in disparte.
“Ti svelo un segreto, non dirlo a nessuno”. E io: “stanne certo”. Eravamo in quarta elementare.
Daniele era un amico fidato, ci scambiavamo le figurine della Panini e non m’imbrogliava coi doppioni, anche perché io, al dettato d’ortografia, lo facevo copiare. Quel giorno, dalla finestra della scuola che dava sul cortile, con un certo timore, mi indicò la bambina che gli piaceva tanto. Una bella bambinotta, non c’è che dire, forse un’alunna della terza. Fui lusingato dalla sua confessione, mi sembrò che ci fosse del contenuto e del sentimento, o almeno così mi parve, a giudicargli il rossore delle guance:
“Mi piace da morire”, mi disse.
Riconoscente per avere riposto in me cotanta fiducia, decisi di ricambiare la confidenza e gli indicai chi piaceva a me.
“Quello è invece il mio segreto, ma pure tu non dirlo in giro”. E lui; “fidati”. E io, un po’ rosso: “Mi piace da morire”. Classe quinta elementare, stava giocando urlante inseguendo una palla.
“Quello lì???”. “Sì, sì, lui, quello lì”.
All’inizio non capii. Non compresi il suo stupore. L’espressione di disgusto. Pensai “ma che gli ho detto?”. E poi, come mi ha chiamato? Perché mi dà della verdura ad alta voce? Ne venne fuori subito un caso di stato. Minacciò di spifferarlo alla maestra. “Ma che ho fatto di male?”. Allora ero ingenuo e innocente, non sapevo che di certe cose era meglio non parlarne. Daniele pareva agitato, quasi gli avessi detto “sei uno stronzo”. Ebbi il sospetto che si trattasse d’una cosa brutta. “Forse perché è più vecchio di me?”.
S’intromise la maestra incuriosita. Pregai Daniele di tacere. Avevo un tono di supplica. Lui ripetè roboante che ero un finocchio. Io ancora non sapevo cosa intendesse, mica gli avevo dato della melanzana, al mio amico Daniele! La maestra, che m’adorava, gli disse “ma figurati!”. A riprova, Daniele le mostrò il bambino che gli avevo indicato e che continuava ignaro a rincorrere la palla: le prove erano schiaccianti! Lei strinse le labbra e poi, per sedare lo scandalo nato, bofonchiò che non poteva essere così e che, per certo, c’eravamo capiti male. “Carlo è un bravo bambino, probabilmente intendeva quella là. Vero, Carlo?”.
Carlo, che era uno scolaro fin troppo diligente, imparò subito e suo malgrado – come tanti altri bambini – che cosa dire e che cosa no.
L’erba ciucìna.
Ho vissuto i primissimi anni della mia infanzia in via Venti Settembre, dove c’era il negozio d’un barbiere capellone che mi rapava quasi a zero, e io mi chiedevo perché mai me li tagliasse corti corti se lui era così ricciuto da sembrare un cespuglio intricato; sotto casa c’era pure il fornaio, dove mia sorella Rita vinse la Susanna-Tutta-Panna coi punti dei formaggini Invernizzi: io ero invidioso che lei avesse quella bella bambolona con la facciona grande, le lentiggini e i capelli biondi di plastica disegnati sulla plastica che profumava di plastica; poi c’era il giornalaio, con le luccicanti figurine della serie Disney che barattavo continuamente con mio cugino Andrea senza mai riuscire ad ottenere la più ambita, quella della strega col naso deforme che dava la mela a Biancaneve.
C’era anche mio zio Gianín che mi veniva a prendere all’asilo, e prima di portarmi a casa passava per la sua fumosa osteria abituale, lui a tracannare l’ennesimo bicchiere di vino in compagnia d’amici ubriaconi seduti al tavolino di formica e io a gustarmi quelle famose caramelle al latte intrise di sigaro toscano. Poi attraversavamo a piedi il ponte della Rana e rincasavamo allegramente, tanto abitavamo tutti nello stesso condominio.
Talvolta, prima di rientrare, facevamo un salto ai giardini dell’acquedotto, cinquanta metri davanti al palazzone, dove una volta Gianín mi insegnò pure a succhiare l’erba ciucìna, ovvero i frutti dei trifoglio che crescevano ai cigli della strada, quello strano fiore violetto e bianco che conteneva gocce infinitesime di liquido dolciastro. Io ero talmente fiero che m’avesse insegnato la maniera di procurarmi un dessert così a buon mercato, di cui potevo fare incetta senza bisogno dell’intercessione dei grandi. Ero sicuro che mi piacesse davvero?
“E se un cane ci ha fatto sopra la pipì?”, gli domandavo. Lui rideva, brillo e gaio. Mi fidavo.
Ma l’esperienza di Gianín, la vecchia roccia che morì d’infarto durante il sonno, e sua moglie Lina alla mattina gridò piangendo “ma non ti svegli, Gianín, oh, svegliati, Dio bono!”, quell’esperienza sapeva di vero, d’atavico, d’indiscutibile, di dogma. Anche se non ne ero convinto fino in fondo, il succo del trifoglio era dolce, buono, squisito: assai diverso dalle aspre foglioline rossicce della siepe dell’acquedotto che mangiavo con mia sorella Rita e la Giovanna, nostra cugina, storcendo le labbra per nascondere il disgusto. Ma andava di moda così, tra noi bambini, in quei giorni lontani, perduti nel tempo.
La foto sul balcone.
Dalla chiesetta dell’Addolorata, in piazza Andrea Costa, si può salire sull’argine del Panaro, da cui si vede – come un gigante su una tribù di nani – la torre matildea, un po’ pendente, l’abitato fitto di vecchie case addossate al terrapieno erboso e, in distanza, la sagoma esotica del campanile di San Giovanni, dove hanno fatto il funerale a mia nonna Lucia.
Mi pareva strano pensare che in quella cassa di betulla chiara, coperta da molti fiori, tra cui spiccavano le rose rosse comprate da mio padre, ci fosse proprio mia nonna Lucia, morta a quasi novantatré anni, vestita con un abito marrone e le scarpe lucide, esanime, bianca, ghiacciata, rigida, così diversa dalla solita nonna Lucia col grembiule a quadretti e le pantofole, perfetta razdora di casa, che negli ultimi anni aveva dimenticato come si fanno le cose.
Una volta, infatti, aveva messo sul fuoco la pentola con dentro lo scolapasta di plastica e lo aveva fatto bollire a lungo, mentre il gas dell’altro fornello dimenticato aperto continuava a fuoriuscire in silenzio. Fortuna che me ne ero accorto in tempo! Quel giorno eravamo rimasti da soli in casa, io e lei: inutile dirlo, non le era parso vero di potersi ancora impadronire del suo vecchio ruolo di razdora, goduto di diritto per innumerevoli anni, dimostrando al mondo intero – noi due – quanto la sua esistenza fosse ancora indispensabile per nutrire la prole, per preparare al nipotino “la minestra asciutta”, soprattutto quel giorno in cui mia madre era fuori casa.
Cosa ne sapevo io, piccolo bambino quasi trentenne, delle sane abitudini, dei ritmi giornalieri, dei segreti d’una cucina? Per fortuna c’era lei che pensava a tutto, la nonna attiva e pimpante, e così voleva essere e rimanere, fissata nello spazio e nel tempo: ma per la foga e l’entusiasmo aveva dimenticato come si cuoce la pasta.
Quella fu davvero l’ultima volta che la lasciammo avvicinare ai fornelli; trascorse il resto dei suoi giorni a ricamare pizzi su pizzi, centrotavola e colletti per golfini, riempiendo cassetti e armadi. Gli ultimi due mesi, infine, li passò a piegare e ripiegare fazzoletti e stracci per la polvere. Gli ultimi giorni, bloccata a letto, a stringere fra le dita le lenzuola con ritmo indaffarato. Con quelle mani, che non volevano e non potevano mai stare ferme.
E invece le hai fermate, quella sera di settembre: un altro momento, un altro luogo. Una bara di betulla, il corteo funebre, una rosa rossa appassita, appesa al muro della mia stanza vuota. Che cosa rimane? La fotografia che ti feci sul balcone solo perché dovevo finire il rullino delle vacanze, ma per te fu un onore inaspettato sentirsi dire “dai, nonna, che ti faccio una foto”, la prendesti come chissà quale attenzione, ti togliesti persino gli occhiali e ti mettesti in posa, col tuo grembiule a quadretti; devo ammettere che è uscita un’inattesa, bella foto. Quella foto l’abbiamo poi messa sulla tua tomba. Lo avresti mai pensato, nonna, mentre te la stavo scattando?
Io ti confesso di no.