I racconti del Panaro

Come in ogni legame profondo, le cose accadono perché sono.

Inutile filosofeggiarci sopra, inutile ricercarne la sorgente.

Meglio seguirne il corso, immaginando di farsi trasportare dalla corrente, fino a perdersi nella foce.

Punto.

“LA RICERCA”

Carlo non lo capiva né l’avrebbe capito. Come quando ti ritrovi in un posto senza conoscerne il perché. Sai solo che ci sei arrivato. Quel momento non avrebbe potuto essere diverso.

Le cose accadono perché sono. Inutile filosofarci sopra. 

Punto.

“Di cosa vuoi parlarmi, tesoro?”

La vecchia maestra Pancaldi fissò il piccolo Carlo con un sorriso bonario che svelava sui denti anneriti dal fumo una macchia di rossetto. Probabilmente la mano aveva già iniziato a tremarle durante la toeletta mattutina, nel piccolo bagno della sua casa di via Pironi, quella col platano e con la siepe di rose gialle. Aveva i capelli radi e ricciolini, tinti di un nero corvino visibilmente artificiale che s’era fatta ricolorare il giorno prima, per essere in forma smagliante il giorno dell’esame di quinta elementare. Era o non era la rispettabilissima, temutissima, coltissima maestra Pancaldi, membro della commissione esaminatrice delle scuole elementari di Bondeno in quel caldo giugno del 1975? 

Il piccolo Carlo guardò quell’anziana signora che emanava un mieloso profumo alla violetta e che pareva un ippopotamo decrepito imbellettato dal rossetto acceso, dall’ombretto azzurrino, da una collana di perle e da una chioma ricciolina; un vestito nero a fiori variopinti evidenziava la massa adiposa di quella matrona padana strappata al lavoro nei campi e votata al sapere scolastico. Prese coraggio – in fondo si trattava del fatidico esame di quinta elementare – e con la vocetta ferma e squillante formulò la risposta che s’era preparato dopo settimane di studio.

“Voglio parlare dei fiumi dell’Emilia Romagna”.

“Oh, che bello! I fiumi dell’Emilia e della Romagna… Dimmi pure, tesoro…”, gracchiò schiarendosi la gola la maestra Pancaldi, che dicevano si fumasse al giorno un pacchetto di MS alla menta. A Carlo non pareva vero di aver finalmente trovato un’interlocutrice addirittura pagata per stare ad ascoltare tutto quello che aveva da dire sulla sua profonda passione. Inspirò profondamente, come se stesse apprestandosi a saltare un fosso, e cominciò.

“I fiumi dell’Emilia Romagna, a parte l’eccezione del Po che ne segna il confine con Lombardia e Veneto, nascono tutti dall’Appennino e hanno carattere torrentizio, con estreme magre estive e rovinose piene invernali. Si dividono in fiumi che alimentano il bacino idrografico del Po, dal Tidone al Panaro, quelli che alimentano bacino del Reno, dal Samoggia al Senio, e quelli che sfociano direttamente nel mare Adriatico, dal Po al Reno e giù fino al Conca”.

Carletto notò subito che lo sguardo della maestra, un poco annoiato, non corrispondeva al sorriso stampato sul suo volto paffuto, ma continuò imperterrito.

“I fiumi dell’Emilia Romagna attraversano le valli appenniniche con profondi calanchi e roccia arenaria portando detriti che, giunti in pianura, si accumulano nei loro letti e li rendono pensili, ovvero scorrono al di sopra del piano. Per questo motivo sono stati imbrigliati da poderosi e altissimi argini, soprattutto nella bassa. Questi argini sono più alti delle case”

“È vero, tesoro”, esclamò il vecchio ippopotamo per dissimulare uno sbadiglio.

“Adesso dico i fiumi dell’Emilia Romagna che sono anche affluenti del Po”, riprese il piccolo scolaro con una punta d’orgoglio, sapendo che avrebbe citato anche il suo fiume.

“T’ascolto”, lo confortò la maestra, appoggiando il doppio mento sulle mani incrociate a mo’ di preghiera espiatoria.

“Da est ad ovest: Tidone, il più piccolino, poi la Trebbia che bagna Piacenza, la Nure, l’Arda, il Taro dall’ampio letto ghiaioso, la Parma che divide in due l’anonima città”

“L’omonima città”, lo corresse con lieve saccenteria l’insegnante.

“Sì, sì”, continuò Carlo, noncurante della forma e concentrato solo sul contenuto, “poi l’Enza, il Crostolo canalizzato in pianura, la Secchia che sfocia nel Po ma in territorio lombardo e infine il Panaro, che bagna Bondeno e sfocia nel Po fra Stellata e Salvatonica. L’ha mai vista la foce del Panaro, maestra? Lo sa che è stata deviata artificialmente per non farla interrare? Me l’ha detto mio papà. Io l’ho vista almeno tre volte, quando andiamo al bilancione di Tassi, per mangiare il pescegatto. L’acqua del Panaro è più marroncina perché è torbida per via delle argille appenniniche. L’ha mai vista, la foce?” 

L’anziana insegnante iniziava a sentirsi a disagio. Come fermare quel fiume di parole di cui non le interessava granché?

“No, non l’ho mai vista. Ci sono troppe zanzare. Finisci pure, tesoro”

“Dopo il Panaro abbiamo il Reno, il fiume vicino a Bologna, ma lui a Cento fa una gran curva e non sfocia nel Po ma va fino al mare, raccogliendo le acque di Samoggia, Setta, Savena, Idice, Sillaro, Santerno e Senio, che sono già in Romagna. Dal Reno, a Sant’Agostino, parte il Cavo Napoleonico che in realtà è un canale e tocca la periferia di Bondeno e dopo la Madonna della Pioppa finisce nel Po attraverso un’idrovora. Poi ci sono i fiumi che come dicevo vanno in mare, il Lamone con le sue casse di colmata, il Montone e il Bidente Ronco che vengono da Forlì e a Ravenna diventano i Fiumi Uniti, li vedo sempre in treno quando d’estate vado a Igea Marina, poi il torrente Bevano, poi il Savio, il fiume di Cesena, il Rubicone che anche se è così importante sembra uno dei fossi della campagna di mio cugino, poi l’Uso che divide Bellaria da Igea ed è pieno di barche, infine il Marecchia, il fiume di Rimini e il Conca che sfocia a Cattolica”

“Bravo, bravissimo! Direi che puoi andare, ti meriti un dieci e lode”, esclamò la maestra Pancaldi, tirando un sospiro di sollievo come dopo una lunga tortura che sai essere finalmente cessata. 

“Ma maestra, non ho mica finito! Ho ancora da dire la classifica!”, cinguettò Carlo con puntiglioso disappunto.

“La classifica?”

“Sì, la classifica dei fiumi! Le loro lunghezze…”

“Oh Gesù…”, sussurrò fra sé e sé la vecchia docente, come se le avessero pestato un callo.

“Allora…”, si preparò tutto eccitato il piccolo mostro a sciorinare il pezzo forte dell’interrogazione di geografia, la lunghezza chilometrica dei suoi amati fiumi. Prese un lungo respiro e diede inizio al suo magnifico delirio.

“Po, seicentocinquantadue chilometri; Reno, duecentoundici; Secchia, centosettantadue; Panaro, centossessantasei e non centoquarantotto come scrive qualche libro sbagliato perché non considera lo Scoltenna.  Centossessantasei. Ripeto, centossessantasei ”.

Era ancora fresca in Carlo la spiacevolissima emozione di quel giorno a scuola, quando la maestra Cariani vedova Rebecchi, durante la lezione di geografia, aveva sentenziato davanti a tutta la classe che il Panaro, fiume di Bondeno, era lungo centoquarantotto chilometri. Carlo s’era sentito ribollire il sangue. Come aveva osato dare una simile informazione sbagliata? 

Allora era insorto dicendo che in realtà c’era un errore, il suo fiume era lungo centossessantasei chilometri. Ma la maestra, seccata da quella smentita, l’aveva ripreso duramente: quelle erano informazioni certificate dell’Atlante della De Agostini, quindi corrette. Che umiliazione per il piccolo Carletto! Il suo fiume ingiustamente retrocesso di numerose posizioni nella classifica dei fiumi italiani, dietro Ombrone, Brenta, Tirso, Dora Baltea, Basento… ma siamo pazzi? Centosessantasei, come diceva l’autorevole Touring e l’enciclopedia di suo padre. Gonfio di rabbia, sentendo il torto di quella stortura geografica, s’era ammutolito per il resto della lezione che, da motivo di gioia, s’era tramutata in una triste prevaricazione intellettuale.

“Taro, centoventisei, a pari merito col Savio” continuò quindi imperterrito il piccolo idrografo “Trebbia, centoquindici; Enza, centododici, Parma, cento; Santerno, novantanove; Senio, novantadue, Lamone, novanta; Ronco…”

“Basta, basta… sei bravissimo!”, lo interruppe esausta la povera donna, cercando di porre fine a quella logorrea invasata. 

“Ma non ho mica finito!”, esclamò il piccolo demonio con gli occhi spiritati.

“Va bene così, sai già tutto!”

“Ma non ho nemmeno avuto il tempo di parlare del nostro fiume di Bondeno, il bellissimo Panaro! La prego, maestra, ho fatto apposta la ricerca…”, piagnucolò il moccioso.

“Il bellissimo Panaro?”, pensò in cuor suo la contadina istruita Ermana Pancaldi vedova Boldrini, sentendo quella vocetta acuta torturarle l’udito. Cosa c’era di bellissimo in quell’acqua corrente imbrigliata fra due terrapieni erbosi senz’alberi che non le dava nessuna emozione se non noia d’estate per le molte zanzare e paura d’autunno, quando la piena torbida le faceva ricordare l’inondazione terribile del ‘52? 

“Dimmi pure la ricerca”, acconsentì con uno sbuffo di malcelato disagio. In quell’attimo di dura prova emotiva, trovò una certa consolazione nell’immaginare il grosso e volgare bidello Maretti, che le stuzzicava sempre recondite pulsioni e certi inconfessabili pensieri, piombare nell’aula e – seguendo il suo imperterrito comando – prendere per la collottola quel pestifero animaletto logorroico, sollevarlo dalla sedia, trasportarlo a forza fuori dall’aula e scaraventarlo nel cortile, sentenziando davanti alla sua amata e riverita matrona “Al to’ esam l’è pur a sà finì, brut putázz! Il tuo esame è proprio finito, brutto moccioso!”. La vecchia mostrò un guizzo negli occhi, gongolando in cuor suo per la scena fantasiosa, ma Carletto interpretò quello sguardo come una forte bramosia d’ascoltare la ricerca.

“Allora vado, eh? La ricerca è sul fiume Panaro. Il fiume Panaro nasce alle pendici del monte Rondinaio, sull’Appennino modenese, col nome di Rio delle Tagliole. A Pievepelago cambia il nome in torrente Scoltenna che mantiene fino alla confluenza con torrente Leo, ingrossato dal Dardagna. Lì diventa fiume Panaro. Scorre in una valle di calanchi, con greto largo e ghiaioso. Allo sbocco in pianura bagna Vignola e Spilamberto, poi riceve i torrenti Guerro e Tiepido fino ad arrivare a Modena; al ponte della via Emilia scorre incassato e profondo, poi dopo Bomporto diventa navigabile, una volta infatti era detto canale di Modena. Sempre più rettilineo e canalizzato, fra alti argini, tocca Finale Emilia e Bondeno. Da lì si avvia largo e maestoso fra ampie golene fino a raggiungere il Po”.

“Largo e maestoso?” lo interruppe la maestra. Ecco, pure lei s’era accorta di quella licenza poetica che Carlo s’era permesso di aggiungere per osannare il proprio amato fiume, discostandosi dalla descrizione didattica che aveva studiato sull’edizione del Touring Club Italiano, la guida rossa dell’Emilia Romagna, del 1953, preziosissimo libro del padre, utilissimo al piccolo scolaro per reperire le molte notizie sui fiumi, lunghezze comprese. Del resto, gli aggettivi ‘largo e maestoso’ relativi al Panaro erano parsi inappropriati anche a sua madre, a cui Carlo soleva ripetere le proprie ricerche sui fiumi. 

“Ma non è mica il Mississipi”, aveva esclamato la mamma con un sorriso. Ma Carlo ne era convinto: il suo Panaro, dopo Bondeno, era ben più largo del Reno a Cento e della Secchia a Concordia, quindi non avrebbe rivisto la sua intransigente posizione. 

“Sì, largo e maestoso, fra sponde distanti più d’un chilometro”, rispose alla maestra, ricordandosi di un’altra descrizione geografica che alludeva alle ampie golene fluviali e non alla dimensione effettiva del fiume. Poi riprese tutto d’un fiato. 

“La portata media del Panaro è di trentasette metri cubi al secondo, la massima novecento e la minima uno. Ma non è mai secco”. 

“Basta, basta, sei bravissimo! Dieci, dieci e lode, hai finito, puoi andare”, capitolò rovinosamente la vecchia insegnante, esterrefatta e con un cerchio alla testa. Non ci poteva credere: quel piccolo invasato l’aveva davvero sfinita. Ma come poteva sapere tutte quelle cose su quei maledetti fiumi dell’Emilia Romagna? Manco fossero stati i giocatori della Spal! Quel bambino non era normale! 

Il piccolo Carlo si alzò in piedi, salutò la maestra con un sorriso sincero e uscì dall’aula. Gli esami erano finiti, quella era l’ultima prova. Già si pregustava il piacere delle calde e soleggiate vacanze. L’estate era appena iniziata e gli si schiudeva innanzi un lunghissimo periodo d’ozioso divertimento, dedicato al suo passatempo preferito.

“Che cosa farai, ora, con tutto quel tempo?”, gli chiese un compagno sul cancello di scuola.

“Potrò andarmene in bicicletta”.

“E dove, se posso?”

“Su e giù, per l’argine del Panaro”.

“I FIUMI”

Appena terminato il pranzo, Carlo chiamò a rapporto la sorellina e insieme corsero in lavanderia. Il bambino riempì d’acqua l’annaffiatoio mentre Flavia si occupava della piccola tanica. Poi si diressero in giardino per iniziare il loro gioco. Carlo versò piano l’acqua che iniziò a scorrere sulla terra ancora umidiccia dal giorno precedente.

Il rito ebbe inizio. Il piccolo fiume casalingo riprese a gorgogliare. Si trattava della miniatura d’un minuscolo corso d’acqua lungo appena tre metri, profondo tre dita, largo mezza spanna, che il bambino aveva scavato nell’argilla del giardino e che scorreva, in lievissima pendenza, dalla pianta di oleandro fino all’aiuola delle calle. Carlo l’aveva chiamato Secco Malaria. Un po’ come il Panaro e altri torrenti che cambiavano il loro nome durante il loro percorso. Secco nella parte superiore, dove il bambino – simulando il tratto torrentizio appenninico – aveva cosparso il mini alveo di sassi, quasi fossero rocce; Malaria nella parte inferiore e più bassa, quando l’alveo incassato fra due piccoli argini golenali si riempiva di acqua argillosa e formava, nei momenti di piena, un minuscolo invaso. 

Animare il Secco Malaria era una gioia, specie quando la sorellina, seguendo le sue precise istruzioni, riversava il contenuto della tanica per produrre l’inondazione che metteva a dura prova la tenuta degli arginelli: talvolta la massa d’acqua tracimava e si spandeva sull’aiuola delle calle formando un acquitrino. Carlo accompagnava quel momento canticchiando un motivetto classico che aveva sentito dai dischi di suo papà, pieno di pathos e dal sapore tragico, che esprimeva benissimo – secondo la sua mente infantile – il momento terrificante e solenne d’un fiume vero che rompe gli argini con tutta la sua forza e vomita la sua acqua limacciosa, allagando le campagne e sommergendo case uomini e cose. 

Quel magnifico gioco finiva allorché l’invaso non poteva più ricevere nuova acqua e quando le aiuole s’erano trasformate in pozzanghere, rischiando di destare l’ira funesta della nonna dei bambini, preoccupata per tutto quello sporco e per la pozza e per il fango. 

“Ma perché, invece di fare quelle cretinate, non vai a giocare a pallone?”, urlava la vecchietta dalla finestra, vedendo nel giardino il nipotino assatanato, tutto intento a produrre i suoi piccoli disastri idrogeologici. Ma Carlo non l’ascoltava, fantasticava. Oh, se avesse potuto scavare ulteriormente il Secco Malaria allungandone il corso fino alla casa di suo cugino!

Suo cugino Andrea si era lasciato convincere. Bloccare il corso del Reno. La cosa era fattibile. Chissà come se l’era immaginato, lui, il Reno a Cento. Carlo, che lo attraversava spesso mentre andava con suo padre a Bologna per trovare la prozia, glielo aveva descritto come un fiumiciattolo così piccolo ma così piccolo, in confronto al maestoso Panaro di Bondeno, tanto piccolo e stretto che lo si poteva tappare con una diga di fango e qualche tronco messo di traverso. Almeno così gli sembrava dal ponte della circonvallazione. Poi però, quando gli era finalmente capitato di passare per Cento, Andrea s’era accorto che non era così stretto e che, tantomeno, non si sarebbe potuto tappare interrompendone il flusso e lasciando all’asciutto quelli di Sant’Agostino. 

‘Ma non è mica così piccolo! Io pensavo un fossetto… avevi esagerato”, aveva detto il cugino a Carlo, di ritorno dal suo viaggio.

“Ah, no? Per me si può fare…”, aveva replicato il bambino, noncurante di quella precisazione del parente. Del resto, cosa gli importava dei limiti mentali degli altri? Nulla e nessuno avrebbe mai potuto cancellare la sua fortissima emozione nell’attraversare il Reno e ammirarne gli altissimi argini rinforzati a terrazze, le golene di pioppi e finalmente lui, quello scorcio d’acqua verdognola, incassata fra ripide ripe fangose. Mio dio, come gli batteva forte il cuore osservando quel fiume, il suo carattere, la sua personalità. Quasi fosse una buona conoscenza: meno familiare del Panaro ma pur sempre un amico!

Attraversare i fiumi sui ponti e poterli vedere era per Carlo un bellissimo momento. Intenso. Magico. Inspiegabile. Mistico. Era il momento dell’incontro. Poterli vedere. Sentire il loro richiamo scorrergli nelle vene. Osservare l’universo, seppure per un breve momento, che durava più o meno la larghezza del fiume. Un fugace istante, se attraversava un piccolo corso d’acqua fra la fitta vegetazione rivierasca come il Sellustra o il rio Sanguinario. In quel caso, Carlo cercava di aguzzare la vista a più non posso, preparandosi ad ingoiare con avidità il flash dell’immagine spettacolare dell’alveo e a trarne il massimo nutrimento dello spirito e della mente. Una manciata di secondi, se attraversava fiumi come il Panaro a Finale Emilia, la Secchia o il Lamone, che gli bastava però a carpirne la chiara struttura idrica. Un orgasmo mentale prolungato quando gli capitava di varcare fiumi come il Po o l’Adige, dalla notevole larghezza e dalla copiosa portata, o l’Isonzo e il Marecchia o il Panaro a Vignola, dall’ampio letto ghiaioso e da multipli bracci di acque correnti. 

A quell’incontro si preparava spiritualmente per tutto il viaggio, sia in auto che in treno e, in prossimità dell’argine, compiva qualche piccolo gesto di nervosismo, come sistemarsi le calze o toccarsi il naso, pronto ad annullarsi nell’immagine mistica del fiume calato dentro i suoi occhi. 

Ogni viaggio aveva più o meno significato o era più o meno ricco a seconda del numero di amici che avrebbe dovuto attraversare. Anzi, il senso del viaggio era proprio e solo quello, i fiumi da vedere, piuttosto che la destinazione vera e propria. Indimenticabile fu la gita in quarta elementare a Trieste: della città di mare gli interessava poco o nulla, ma si ricordava molto bene l’esperienza di vedere in sequenza Panaro, Po, canal Bianco, Adige, Gorzone, Bacchiglione, Brenta, Marzano, Zero, Piave, Livenza, Stella, Tagliamento, Isonzo e il Timavo col misterioso fenomeno carsico. O andando a Igea Marina in treno: Panaro, Reno, Santerno, Senio, Lamone, Fiumi Uniti, Bevano, Savio, Rubicone, Uso. O verso Riolo Terme col papà e la nonna: Panaro, Reno, Savena, Idice, Sillaro, Santerno, Sellustra, Rio Sanguinario, Senio. O andando a Malè: Po, Fratta, Frassine, Adige – più volte – Avisio, Noce e Rabbies. 

Solo una cosa Carlo non era riuscito a fare: convincere suo padre a fermare l’auto su ogni ponte, calare con una cordicella una boccetta di vetro nell’alveo del corso d’acqua, raccoglierne un po’ d’acqua e portarsela a casa, collezionando così l’anima del fiume. Suo papà, il rispettabilissimo ragioniere dell’ospedale Borselli, s’era sempre opposto a questa cosa, adducendo mille motivi, mostrando segni d’insofferenza verso le astrusità di quel bamboccio che avrebbe voluto invece vedere correre sui campi di calcio, spalleggiato da sua moglie che aveva faticato non poco a convincere Carlo che quella era una collezione discutibile, anche perché l’acqua era sicuramente inquinata e sarebbe andata a male. Ma era davvero una cosa così assurda? 

Il bambino, ormai alle porte del l’adolescenza, non capiva: perché mai suo padre non gli voleva concedere il piacere di iniziare quella meravigliosa collezione? Portarsi i fiumi a casa! Carlo ci riprovava con insistenza ogni volta che l’auto del padre attraversava un ponte; finché un giorno suo papà gli ordinò formalmente di smettere con quelle richieste assurde. Stavano viaggiando a bordo della loro Fiat 124 special verde ramarro, in compagnia dell’amico Agosti, collega d’ufficio del ragioniere; come talvolta accadeva, erano diretti alla cantina sociale di Argelato per fare incetta di casse di vino a buon mercato. Alla periferia di Cento, avvicinandosi all’argine del Reno, il rampollo incollato al finestrino del sedile posteriore lanciò un sospiro di pena e di malinconia. 

“Che cosa c’è, Carlo?”, gli chiese Agosti. 

“Niente, è che mio papà non vuole fermarsi per aiutarmi a raccogliere l’acqua del Reno. Vorrei fare la collezione delle acque dei fiumi ma non posso”, si lamentò il ragazzino, lasciando Agosti esterrefatto e suo padre visibilmente imbarazzato.

I giorni a venire segnarono per sempre la fine di quell’hobby mai iniziato.

A volte, però, la vita ci riserva delle sorprese. Come quella che fece trasalire il giovane Carlo quando, ormai quindicenne, davanti ad uno stupido programma televisivo con Mike Bongiorno, che seguiva annoiato, vide una bella e simpatica concorrente al quiz della sera che, mentre parlava di se stessa per presentarsi, disse urbi et orbi ai telespettatori d’avere un hobby curioso e particolare, ovvero quello di collezionare acque dei fiumi in varie boccette. Carlo ebbe un tonfo al cuore: allora non era solo al mondo. 

Arrivarono i diciott’anni e con loro la libertà di muoversi su più lunghe distanze. Con l’auto. Indipendente. Padrone. Autonomo. Felice.

Ed arrivò anche il tempo delle diapositive. Modi di fissare i propri amati fiumi in molteplici immagini, differenti scorci, diverse emozioni. Alla foce, d’inverno. Alla foce, d’estate. In primavera. In regime di magra. In regime di piena. In regime di normale portata idrica. Il Panaro. A Bondeno. Cinque o sei scatti. A Finale Emilia, cinque altri diversi scorci. Al ponte di Soliera. A Camposanto. A Caselle. A Bomporto, dal ponte, con vista in direzione della sorgente e poi in direzione della foce. Magra. Piena. Normalità. Alla confluenza col Naviglio. A Navicello. A Sant’Ambrogio. A San Cesario sul Panaro. Alle casse d’espansione di Sant’Anna. Fra i frutteti di pere. A Spilamberto. Alla confluenza col Tiepido. Col Guerro. A Vignola. A Marano. Dall’alto della collina. In magra. In piena. Con la neve. Col tramonto. A Ponte Samone. Dal calanco. Dalla roccia. Dal greto. Alla confluenza col Leo. Come torrente Scoltenna. Nella gola. Prima della centrale idroelettrica. Dopo. A Riolunato. Dall’alto dell’orrido. A Pievepelago. Come Rio delle Tagliole. In mezzo al bosco. In montagna con la neve. Con le gambe affondate fino al ginocchio. Chiedendosi dove l’avrebbe spinto quel febbricitante istinto. L’acqua profumata d’inverno e di cristallo. Verso una sorgente che non trovava. Ma che c’era. Conquista. Conquistatore. Conquistata. Mai raggiunta mai trovata. Quattrocentottanta diapositive. Quattrocentottanta tentativi di fermare l’acqua che scorre. Illudendosi di impadronirsi di una corrente che le mani non riescono a trattenere.

Poi, lo stesso percorso per un percorso diverso: il Senio e le sue centoventi diapositive. Il Santerno. Dalla foce fino alla sorgente. Centoquindici scatti. Il Samoggia. Il Sillaro. L’Idice. Il Lavino. In totale, novecentoventidue diapositive da mostrare febbricitante di delirio ai pochi coraggiosi amici, alla nonna rimbambita, alla misericordiosa madre che a metà della visione era sbottata sbattendogli in faccia la cruda verità :

“Ma bello cosa? Sempre la stessa identica cosa. Acqua fra due argini. Che noia!”

Come spiegare che quei colori di luce proiettati sul muro del salotto trasudavano d’esperienza e d’emozione, raccontavano del profondo silenzio in cui un essere umano si era mosso arrampicandosi per l’argine erboso non alla ricerca di cibo ma seguendo un istinto la cui origine non avrebbe mai capito? Il bisogno fisico d’un contatto attraverso il quale far perdere le proprie tracce, immergersi nella propria animalità e cancellare i confini della propria, limitata storia. I pensieri si esprimono con le parole ma le parole fissano i limiti dei pensieri; poi c’è dell’altro, molto altro, che rimane sospeso dentro e fuori di noi. I fiumi ne congiungono l’inizio e la fine, sapendo che il ciclo dell’acqua pare sia eterno, perlomeno in questa nostra circoscritta, limitata eternità convenzionale.

“Vedi acqua fra due argini? Io invece vedo il Santerno”, rispose Carlo senza proferire parola.

Dopo il periodo delle diapositive ci fu il periodo delle videoriprese. Videocassette VHS piene di filmati di fiumi in piena, di gorghi inquietanti, di gonfie correnti limacciose, di golene allagate, di riflessi plumbei. Mentre riprendeva, Carlo sentiva l’acqua turbolenta attraversargli il corpo, ne udiva il frastuono schiantarsi contro i piloni del ponte, ne percepiva visivamente la corsa veloce a valle. Come sarebbe stato lo scorrere insieme verso la foce? Il sapore dell’acqua, la sua densità, il suo profumo?

Di questo, il giovane uomo allora trentenne avrebbe quasi potuto sperimentarne l’impatto d’autunno quando, muovendosi come curioso gatto selvatico fra le intricate golene e le ripide rive del Reno al bosco della Panfilia, portando in spalla la videocamera corredata di lungo treppiede nuovo di zecca, aveva messo un piede in fallo sul bagnato e sdrucciolevole terreno fangoso ed era ruzzolato rovinosamente come un pesante sacchetto pieno di sassi, un manichino vestito che scivola di schiena verso l’amato corso d’acqua, fermandosi sulla banchina quasi fosse un masso lavico. Infangato dalla testa ai piedi, con due blocchi di mota argillosa al posto delle scarpe, Carlo aveva pensato “me la sono cercata” non tanto preoccupandosi d’essere diventato una maschera grottesca, in grado di spaventare il più feroce cinghiale, quanto di aver spezzato il terzo piede del cavalletto nuovo di zecca. “Porco zio! Centocinquantamila lire buttate nel cesso!”

E le lunghe scarpinate di chilometri e chilometri col fedele amico Fabio per i pendii e i boschi appenninici a cercare le sorgenti? Qual era l’istinto che obnubilava la ragione e portava Carlo a esplorare impossibili sentieri fra rovi e l’intricata boscaglia per trovare la giusta polla che potesse mostrargli l’origine del percorso? L’inizio del fiume? La fonte?

Chi ha mai visto una sorgente d’acqua sopra un pendio? Piccole timide chiazze scure fra le foglie e la vegetazione che da pozza diventano pian piano un ruscelletto e poi un torrentello ma che vedi già trasformato in quello che credevi di conoscere e che sei venuto a cercare, scoprendolo diverso. Carlo non era mai sicuro di quello che trovava. L’Idice era questo rametto o forse quell’altro? E quando trovava una certezza, il dubbio che in realtà fosse l’altro rimetteva tutto in discussione. Perché della vera origine nessuno può averne coscienza. Mille sono le apparenti ragioni o i presunti luoghi da cui si dipana la matassa ma quello che sappiamo con certezza è solo il corpo che attraversiamo qui ed ora. Il corpo d’un fiume che si snoda fra l’inizio e la fine. La congiunzione mutante fra due punti relativi. Che forse, in verità, è parte della medesima rete.

Arrivò anche il tempo delle abluzioni nel mistero della natura che scorre. Il giovane uomo Carlo, libero di camminare e di spostarsi nello spazio, potè finalmente immergersi nell’elemento che così tanto lo attraeva. L’acqua dolce lambiva le carni, dissetava la mente, profumava di fiume. Portava lontano pur lasciandolo nello stesso posto. Ogni fiume era un significato d’esperienza e si tingeva di luoghi e cose. L’incontro era completo, interiore, intimo, personale e reciproco. Lo investiva. Fluidamente. Nelle basse del Po, digradando per il lento pendio dell’alveo, temendone l’insidia, tenendosi buono il dio della morte e il genitore della vita. Evitando la corrente. Immerso nel Panaro, facendosi trasportare, percorrendone la storia. La ghiaia, il greto sassoso, con la testa sotto il pelo liquido, cantando fra le bolle. O nel Reno. Nel Savena. Nel Santerno. Nel Setta. Nell’Idice. Nel Meduna. Nel gelido Tagliamento. Nell’Acquacheta. Nel Bevano. Nella Trebbia. Nel Giordano. Nel Sillaro. Nel Sentino. Nel Marecchia. Nel fosso di Saturnia. Nell’Adda, che non aveva osato attraversare. E nelle acque del Mincio. Dell’Oglio. Del Chiese. Del Ticino. Lasciando parte del proprio io nello scorrere ineluttabile e indipendente dalla sua volontà, assorbendone la selvaggia libertà. Libertà di perdere il proprio senso. Cercando di valicare il confine. Portandosi dentro un pezzetto. Infinita gioia. Infantilmente felice. Senza sapere. Fermando il tempo nel fluire. 

Poi, all’apparenza, rimasero dei fiumi.

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