Mentre vivo, respiro ma non ci faccio caso. Sto facendo l’azione più importante per restare in questo stato e non ci presto alcuna attenzione, quasi non fosse cosa mia.

Difatti, non lo è. Non esiste cosa mia.

I tessuti del corpo s’evolvono autonomi, in sintonia con l’impercettibile movimento universale, e continua il mutamento da uno stato all’altro dell’essere attraverso il pieno e il vuoto, condizioni trascendenti di quello che appare.

In questo immenso, unico transito che siamo, ci soffermiamo come farfalle leggere sui punti che c’illudiamo essere fermi, riversandovi sopra tutta l’irragionevolezza che chiamiamo amore, ignari che anche lì arriverà – ineluttabile – il momento del distacco, per rientrare nell’infinito senza forma né confini. 

Nulla dovrebbe spaventarci, oramai, perché tutto ciò che consideriamo di noi è niente in realtà, e fa sorridere l’importanza che diamo allo scrivere e al parlare, al pensare e al sentire, al nostro salutare ridere, e al nostro patetico sculettare… 

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