Ieri, a notte fonda, dalla finestra aperta ho guardato il cielo stellato. Era nero e denso, senza inquinamento luminoso, immagina come. 

Su quello sfondo, puntini di diverse dimensioni – le stelle e qualche pianeta – emanavano una luce brillante. 

Da qualche parte ho letto che, spesso, dallo spazio ci arriva il bagliore di astri già morti milioni d’anni fa, i cui raggi perduti nel tempo ci appaiono come fenomeni vivi nel nostro presente. 

Spostando il mio sguardo dalle stelle al tuo corpo addormentato che mi giaceva accanto, ho avuto questo pensiero: nulla differenzia quello che vedo lontano nel firmamento e che sembra così irraggiungibile da ciò che mi sta a pochi centimetri di distanza, che ritengo parte della mia sfera reale. Tutto è meravigliosamente uguale e indistamente sfuggente, indipendente da quello che crediamo che sia o vorremmo che fosse.

Un corpo pallido vive, dorme e sogna mentre stelle e pianeti si muovono e si trasformano; finalmente, potremo intuire l’immensità di questa realtà che ci trascende. Oltre la dualità, s’è davvero un tutt’uno, ma quando ne acquisici la percezione, il mistero è appena accennato nella sua inconsistenza. 

Tutto è bello così come è, senza bisogno d’un pensiero che lo definisca: l’impermanenza non t’impedisce d’amare e d’essere felice nel sentirti fluire dalle stelle a questi nostri corpi in cui c’illudiamo di risiedere e appartenere, quando forse, invece, siamo tutt’altro e altrove.

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