Racconti brevi

Racconti indefiniti che stanno in una pagina o due. 

Storie di chi ho incontrato solo  per poco ma che reclamano il diritto di farsi ricordare. 
O almeno sono io a sentire il bisogno di parlarne.

“LOREDANA”

La chiamavamo Loredana perché assomigliava alla Bertè. Non a quella di ‘sei bellissima’ ma a quella d’oggigiorno, grassa e sfatta e coi capelli da pantera. Il nome vero non me lo ricordo, so solo che era d’Alberobello e che si definiva una vecchia figlia dei fiori. Per sfuggire alla solitudine aveva prenotato un viaggio sul web e preso un treno arrivando fino a Rimini, dove s’era imbarcata a pagamento sul veliero con un gruppo di sconosciuti. Un po’ come me. Difatti c’ero anch’io, a bordo. Destinazione Croazia.

La crociera aveva subito scoperto gli altarini: Loredana cercava l’amore ma aveva preso un abbaglio puntando sul sottoscritto, tanto socievole quanto disinteressato al suo sesso; aveva quindi virato su Maurizio, senza sapere che la spilungona col piercing ne era la moglie; infine s’era innamorata di Ricky, lo skipper ambíto da tante, il fustacchione tenebroso dallo sguardo di fuoco e dai muscoli d’acciaio che giocava con tutte ma stava con una, a quanto diceva: Barby, l’influencer di Instagram con cui faceva un sesso sfrenato. Almeno così si vantava. Come non credergli?

Era umiliante vedere Loredana – tutta imbambolata – pendere dalle labbra di questo narciso, che le parlava con sguardi allusivi e l’eccitava con ambigue parole per poi sputtanarla quando lei non vedeva. Era una pena e soffrivo per lei. “La botte pugliese”, e giù a sghignazzare con l’eco degli altri. 

A vacanza finita, Loredana era tornata al suo piccolo trullo digiuna d’amore e più sola di prima, conservando nel cuore un piccolo sogno destinato all’oblio: gli sguardi di Ricky e le sue labbra screpolate dal vento. 

“Perché m’hai trafitta coi tuoi occhi di mare”.

Così, infatti, gli aveva scritto in passionali versi di pena che gli aveva spedito in confidenza l’ultima notte, inondando whatsapp. Ignorava però che lui li avrebbe inoltrati sulla chat del gruppo per esporla al pubblico ludibrio e bearsi del trionfo di se stesso.

“Leggete un po’ cosa mi scrive ‘sta stronza, fatevi due ghignate”.

“L’IDENTITÀ” 

A meridione, la montagna digradava verso il mare. Gli ulivi ombreggiavano il versante ripido e pietroso; talvolta, chiazze d’oleandri a nuvole rosa maculavano le distese di ginestre, gialle come luce.

Aveva già lasciato tutto o, almeno, l’intenzione era quella. Senza romanticismi né nostalgie, come fanno gli animali che trasmigrano di continente. Non ascoltava nemmeno più il leggero brusio che ogni tanto gli proveniva da dentro, quella malattia che chiamiamo identità, lasciata evaporare come sangue spurgo al sole. 

Al mattino, il profumo degli eucalipti inebriava i sensi del risveglio. Il vuoto accoglieva l’immutabile come fosse una nuova dimensione e lui, disteso nella penombra della stanza, s’osservava i piedi. Arrivava fino lì. O, forse, da lì partiva.

Una polla d’acqua sgorgava vicino. Ne udiva il gorgoglio. Le vene della terra si ramificano come capillari nelle dita della mano che tastano, percepiscono, ma non afferrano più. Del resto, come avrebbe potuto trattenere lo scirocco a mezzogiorno? 

Nubi candide correvano alte nel cielo. Sotto, le cicale producevano suoni.

La mente è occupata a sentire la forza del corpo sul sentiero in salita, in un moto d’apparente contrasto alla gravità. Il cuore che pompa, il respiro che nutre. 

Verso sera, come un pino solitario sullo sperone di roccia, davanti alla silenziosa distesa del mare, udiva lontano il calpestio delle capre alla ricerca di bacche, mentre la luce affondava in un’ombra crescente e le stelle infinite gli bucavano gli occhi.

“L’OCARINA”

Cango – così lo soprannominavano a Salvatònica – suonava benissimo l’ocarina. Gliel’aveva regalata suo zio dopo averla scovata per caso al mercato di Budrio, nel bolognese, dov’era passato col suo camion. Infatti era un camionista e scorrazzava per la Bassa, spingendosi addirittura in Romagna.

Cango s’era subito innamorato dell’ocarina e aveva imparato a suonarla virtuosamente, quasi fosse stata una parte del suo corpo invece che uno strumento di coccio. La zufolava a sua moglie per parlarle d’amore, a suo figlio per farlo addormentare e ai suoi amici per fare baldoria alla fiera d’ottobre. Non passava più d’un giorno senza che Cango estraesse quell’ocarina e iniziasse a soffiarci dentro, producendo melodie che parevano un incanto, soprattutto se si pensa che non aveva mai studiato una sola nota.

Si convinse d’avere talento, e infatti ne aveva. Lo persuasero a mettersi in mostra, e del resto ne aveva motivo. Lui li lasciò fare perché – di tutte quelle cose – non se ne intendeva. A lui bastava suonare. Lo vestirono da pagliaccio e lo spedirono a X-Factor. Pettinato coi ricci e agghindato col papillon, era pronto a riempire di vuoto l’apparenza. A quelli, infatti, bastava che fosse spettacolo.

Il palco era grande e le luci assai potenti, la giuria in gran galà e il pubblico roboante. C’era pure la tivù in diretta nazionale.

Cango diede il meglio di sé ma fece cilecca. L’ocarina era cosa per pochi sicché lo derisero tutti e lo fischiarono in tanti. Sua moglie lo umiliò e andò con un altro. Suo figlio si vergognò di lui e lo chiamò ‘démodé’. Gli amici gli voltarono le spalle, impegnati com’erano a creare sui social relazioni che contano e che acchiappano ‘like’. 

Cango ritornò sereno sull’argine del Po coi capelli spettinati e senza papillon a zufolare l’ocarina da solo, guardando la corrente.

“LA POLAROID”

Nell’angolo sinistro di un’istantanea sbiadita, probabilmente nemmeno a farlo apposta, scorgo il volto di Konrad. Anni prima. Non doveva essere lui il protagonista, questo è chiaro: era capitato dentro all’inquadratura per sbaglio. Quel viso, preso da una strana prospettiva, ha una luce ancora più strana. Mi sembra di scorgervi i lineamenti particolari di sua madre, di quella foto in bianco e nero in cui era una bambina di tre, forse quattro anni. Poi altre foto, tutte scattate con una vecchia Polaroid: lui appoggiato ad un muro di mattoni rossi, in divisa, durante il servizio militare; lui insieme ad otto sconosciuti, pur’essi in divisa. In quell’altra, sembrava ripararsi dal vento del mare del Nord, in una giornata di sole e di nuvole. Poi feste, facce, smorfie, sorrisi, gite al mare, campi di sci, vecchi fidanzati, amici e compagne non più attuali.

Non mi sento al sicuro, qui. Come ai tempi della scuola, quando mi nascondevo in un rifugio troppo ovvio, preda dei malumori pomeridiani. E adesso sono qui, a mille chilometri e a diecimila giorni di distanza, e ho davanti queste foto: Konrad sorride ad una festa con altri adolescenti, estranei mai visti mai sentiti mai immaginati: tre ragazze e tre ragazzi, uno dei quali era lui. Ha i capelli biondi un po’ scompigliati, ma sorride, sembra molto felice. Conosco quel sorriso. Quei denti. Quegli occhietti piccoli e stretti, le braccia incrociate. Il maglione azzurro pallido invece non lo conosco, forse l’aveva già buttato via. Sono passati tanti anni da quel momento. Di certo, in quell’istante, mia madre erano ancora viva. E io, dov’ero? Esistevamo, nel suo immaginario? Non credo. 

O in quell’altra foto: lui con lo sguardo assorto, una birra in mano, un’altra festa. Di quella festa mi aveva già raccontato più volte: la lunga preparazione, la casa del suo amico, sulle Ardenne, i ragazzi e le ragazze della compagnia, il disc-jockey professionale – uno di loro: c’è sempre quello che si improvvisa disc-jockey professionale, magari il più sfigato, quello che non cucca mai –  poi birra a fiumi, sigarette, giorni di sole in un’estate spensierata e senza nuvole. Cosa aveva catturato la sua attenzione? Cambiavano un disco? Sicuramente stavano ballando. Quali erano le impressioni e la storia stampata nella memoria di allora? Cosa aveva dimenticato? Cosa stavamo dimenticando?

Guardo e riguardo queste foto, quei momenti lontani. Vorrei ingrandire il suo viso con uno scanner per esaminarlo alla luce della lampada, sotto una lente speciale, per capire se è lo stesso. Vorrei scoprire che cosa il tempo gli ha portato via. Lo sa lui, a me, che cosa m’ha portato via?

Oggi sono fuggito dal mondo: sento che non sono in nessun luogo. Guardo la sua ennesima foto: sta facendo un barbecue vicino ad una tenda. Sta girando uno spiedino di carne sulla piastra. E’ buio, è notte. Avrebbe mai pensato, in quell’istante, di incontrare proprio me, un giorno? E io, a cosa pensavo, fermo al semaforo della provinciale, sulla bicicletta che mio padre mi aveva comprato dal meccanico Saletti, col campanello della Juve, in statica, vibrante attesa della luce verde, le gambe pronte allo slancio, i muscoli del corpo tesi, il piede destro premuto sul pedale, le mani ben salde sulle manopole del manubrio? Quale direzione avrei finalmente preso? Quale strada? Verso dove? 

L’avevo così desiderato, credevo di averlo ottenuto ma ora non trovo più il mio consueto posto là, sulla riva del canale di acque pigre. Il terreno è diventato molle, la strada impraticabile e i miei passi seguono strane, tortuose traiettorie. Nessuno può sapere dove mi condurranno. Forse avanti, forse indietro. A rimpiangere quello che stiamo perdendo. 

E non servirà la Polaroid.

“I TRE FRUTTI”

Pippo e Caterina avevano ricevuto il coupon dai suoceri per il loro quinto anniversario. Non erano mai stati in quel luogo e neppure a quelle condizioni da sogno: tutto organizzato e prepagato, a parte gli extra che però non avrebbero preso giacché non potevano permetterseli. Eccitati come mandrilli scesero dalla corriera e s’avviarono col loro valigino fino alla pensione ‘Ortensia’, da cui il mare era lontano un chilometro e mezzo ma c’arrivavi col bus. C’era però la jacuzzi in comune vicino al parcheggio, perché il mare era un po’ sporco. 

Entrambi erano timidi o, meglio, imbranati, e non ebbero mai il coraggio d’immergersi in quel caldo catino che ribolliva affollato di bimbi tedeschi in cerca di svago ma rimasero a guardarlo dal balconcino seduti su sedie di plastica. 

“C’andresti?”, chiese Pippo, che l’avrebbe volentieri provato.

“Ohi, c’è tantissima gente. E schiuma troppo”, ripose Caterina, che si sarebbe immersa fra le bolle come una sirena dei reality TV.

“A noi non c’interessa, meglio il mare”, concluse Pippo, deglutendo amaro e massaggiandosi il tatuaggio nuovo di zecca.

In spiaggia, l’ombrellone era a ridosso della strada trafficata ma stava vicino al baretto, così per pranzo Pippo poteva portare a Cate il calippo mentre lui si sbafava la spianata all’aglio. Lei era a dieta, lui pativa la fame.

Ogni tanto si bagnavano ma solo i piedi perché lei non nuotava e lui temeva d’incappare in una qualche medusa. 

Alla sera, si rilassavano sul dondolo della pensione a chiacchierare del niente, tanto figli non ne avevano e neppure interessi in comune. Spesso, fra loro regnava il silenzio perché certe cose era meglio pensarle che dirle. Del resto, Caterina s’era abituata alla solitudine di coppia e non le importava se il suo giovane marito ogni tanto restava più a lungo del solito in bagno da solo.

Per cena, dopo gli spaghetti al sugo, servirono della frutta che dovevi prendere dalla fruttiera. Dei tre frutti, uno era fuori stagione ma stava in bella vista come gli altri due. Era grosso, con la buccia lucente e colorata d’un vivo pigmento senza però emanare profumo. Pippo scelse proprio quello, già pregustandone illuso il sapore.

“PAOLETTA”

Paoletta era una nostra compagna di trekking. Me l’aveva presentata un amico, però senza dirmi che lei catalogava la gente per sesso, regione, colore e tifoseria. Con questa qui, durai assai poco, giusto il tempo d’una estate e di tre sentieri sull’Appennino. Mauro, quel mio amico, ci durò ancora meno, perché a lui piaceva il gentil sesso e a Paoletta questo non andava, lo voleva tutto per lei.

Paoletta usava bere molto. Non beveva acqua, beveva alcolici. A mezzodì si gustava un calice di prosecco come aperitivo, accompagnato da qualche oliva. A pranzo si scolava una mezza bottiglia di bianco, il resto lo teneva per l’indomani, se mai il domani fosse arrivato. Alle sei si faceva due Sprizz con suo cugino Renato, che le raccontava morte, vita e miracoli delle dark room bolognesi. Renato andava di Aperol, Paoletta giù di Campari, ‘che era più forte e aveva più gusto’. Arrivavano a cena ubriachi, ognuno a casa propria: lui con la salsiccia di mora sulle note di Mina e lei con un piatto di tofu in religioso silenzio. Accompagnato da un fiaschetto di rosso.

Paoletta adorava gli animali che preferiva agli esseri umani. Viveva con tre gatti e un cane che avevano il suo letto per cuccia e i suoi vestiti come coperta. Non puliva la casa perché ‘tanto cosa c’era di male a vivere sommersi di pelo’. Aveva comprato un libricino per identificare tutte le cacche dei mammiferi perché era bello sapere chi aveva attorno quand’andavamo a camminare nel bosco. Una volta strillò d’improvviso sul solingo sentiero e a me prese un colpo: una lumaca lo stava attraversando e la premurosa Paoletta, per salvarle la vita, la sollevò con le dita grassocce e la rimise sull’erba del prato. 

“Ma se voleva andare dall’altra parte?”, chiesi io, logicamente.

“So io cos’è meglio”, sbottò lei, perentoria.

Smisi di frequentarla perché iniziava a diventare violenta, oltre che pedante. Un giorno tirò la lattina di birra a Mauro centrandolo nel petto perché aveva osato criticare il Milan, la sua squadra del cuore; a me diede solo della ‘faccia di merda’ perché avevo commentato che era un po’ matta. Il suo ultimo piano era quello di creare, con un paio di amiche, una comune di sole donne e animali  che avrebbe chiamato ‘la città delle Amazzoni’ ma credo che il progetto svanì ancora prima d’iniziare. Infatti, le tre amazzoni litigarono ferocemente e si tirarono i capelli, perché non erano d’accordo su quale verso del sentiero collocare la lumaca.

“L’EVENTO”

“Che evento!” aveva esclamato la madre vedendo il figlio apparire sulla soglia di casa. Come al solito, era vestito malissimo: indossava un vecchio giaccone a scacchi neri e rossi ed un paio di calzoni di velluto marroni. Attorno al collo, una sciarpa a righe arcobaleno spiccava come un pugno nello stomaco. In testa, un berretto di lana nero. Ai piedi, due stivaloni di pelle screpolata che sembravano provenire da un’altra epoca. 

Fabio era consapevole di non avere gusto nel vestire. Ma non gliene importava nulla. Sua madre glielo aveva sempre detto, sperando di infondergli un po’ di gusto o, perlomeno, un po’ di amor proprio. Inutilmente. Da sotto al berretto, spuntava un folto ciuffo di capelli bagnati dall’umidità. Si era fatto crescere i capelli. La barba era incolta. Pareva un po’ invecchiato. Ma conservava la solita bellezza, la luce nello sguardo, la forza di reagire alle situazioni che lui stesso aveva creato. La stessa caparbietà che, quel pomeriggio di dicembre, l’aveva spinto a tornare per un saluto. 

“Che evento!” aveva ripetuto la donna

“Beh, almeno a Natale!” s’era giustificato Fabio, allentandosi la sciarpa arcobaleno per sbottonarsi il giaccone a scacchi, mostrando senza volerlo uno spesso maglione arancione su cui primeggiava la scritta “Warriors”.

“Ma entra!”, disse la madre, non riuscendo a celare l’imbarazzo. 

Da quando Fabio se ne era andato di casa, sbattendo la porta e maledicendo a morte colei che gli aveva dato la vita, molte cose erano successe. Aveva smesso di fumare e si era iscritto in palestra, naturalmente senza costanza. Aveva preso in affitto un appartamento con balcone all’ultimo piano di un palazzo fatiscente alla periferia di Modena, abitato da negri e prostitute rumene, una popolazione variegata e chiassosa che stava subentrando agli ultimi pensionati autoctoni, educati e silenziosi, che avevano preso a spegnersi uno ad uno. S’era messo con una ragazza bionda e grassa che serviva alla Coop e sapeva fare bene all’amore. Aveva perso dei soldi in un brutto giro di scommesse in cui l’aveva inserito suo cugino, col tentativo di dirottare su di lui l’attenzione dei creditori e dei giocatori senza scrupoli.

Sua madre, invece, aveva continuato la vita di sempre. L’unica novità era quel dolore cronico ed indescrivibile che la perseguitava, specie nelle ore notturne. Il dolore di non avere più notizie del figlio. Sapeva che era in vita. Sapeva che stava più o meno bene. Ma sapeva anche che dopo quel litigio Fabio non sarebbe più tornato per un lungo, lunghissimo tempo. Forse per sempre. Poiché era caparbio. Poiché l’orgoglio ferito lo annientava. Suo figlio le assomigliava anche in questo. Invece, con sua grossa sorpresa, dopo meno di un anno, il figliol prodigo era tornato a casa.

“Volevo solo salutarti un attimo”, precisò Fabio, sentendosi un groppo in gola e rimanendo sulla soglia.

Sua madre non insistette. Non chiese molto. Le bastava vederlo. Sentirne l’odore. Il profumo affumicato del suo ciuffo bagnato. Riconoscere il suo cattivo gusto nel mettere insieme abiti e stili che nessun altro avrebbe mai osato combinare insieme. Eternare quel momento di silenzio che raccoglieva i due viandanti solitari sulla soglia di ciò che fu la loro casa, avvicinandoli nuovamente per la durata di un nuovo addio, quanto bastava per sentire l’impenetrabilità del muro che si era, nel frattempo, alzato fra loro. Irrimediabilmente.

Quando sua madre richiuse la porta con un lungo sospiro, come riprendendosi da una visione effimera, la presenza del figlio era già un evento remoto, quasi appartenente ad un’altra epoca. 

“Un evento è qualcosa che accade in un particolare punto dello spazio ed in un particolare tempo”. 

Ogni giorno, fino alla fine dei suoi giorni, si sarebbe ricordata di quel pomeriggio di dicembre quando, col pretesto degli auguri di Natale, suo figlio l’aveva cercata ancora una volta per avere la tacita conferma di ciò che avrebbe voluto non sapere. 

D’altro canto lei stessa, in quel particolare punto dello spazio, in quel particolare tempo, non sapeva ancora che, Fabio, diversi anni dopo, lasciandosi alle spalle Selva Malvezzi in un pomeriggio assolato di luglio sarebbe tornato da quelle parti e lei non ci sarebbe più stata.

“IRA ALLA FESTA” 

Sandro e Francesca si recarono alla festa. Lei ci andò raggiante ma lui era di cattivo umore. Francesca era stata invitata da un’ex collega che si dava molte arie, soprattutto dopo essere salita di grado. Martina, così si chiamava, era piccola e magra e sparlava di tutti, un vero e proprio concentrato al veleno, e considerava Francesca una sfigata ma l’incontrava ogni tanto. Infatti, amava frequentare persone fallite per farle sentire una merda, reputandosi donna affermata. Martina era diventata capo reparto, mentre la povera amica stava a spasso da un anno senza avere rinnovato il contratto, nonostante le mille promesse.

Del resto, l’illusa Francesca, da ingenua qual’era, continuava a sperare che l’amica in carriera potesse farla riassumere in ditta, giacché era brava e sgobbona, pur non adulando nessuno. La potente Martina, invece, che ballava con tutti, aveva altri piani, come ad esempio umiliare la gente e ferirne gli affetti. Si ricordava di Sandro perché era bello e sensuale e stava insieme a Francesca, biondina slavata dal naso a patata, per le sue tette formose, a differenza del petto dell’altra, che pareva un tavolo secco.

La festa era stata organizzata al bagno Bibi, sulla spiaggia d’Igea Marina, dove la capo reparto aveva allestito un buffet sulla riva del mare, con una tavolata d’amici e lecchini lunga una decina di metri. Qualche ricco magnaccia, molti influencer, amiche cubiste e altri capi settore, ma nessun inserviente, perché Martina voleva un evento esclusivo. Oltre agli invitati che contano, c’erano pure la dimessa Francesca e il bel Sandro ruspante che, come pesci fuor d’acqua, giunsero mano nella mano, fingendo di sapere cos’era il ‘Sunset rendez-vous’, scritto in rosso all’ingresso del lido.

Com’era prevedibile, attorniato da quello squallido sfarzo, Sandro cominciò a mugugnare annoiato, mentre la compagna cercava pretesti per inserirsi nei capannelli ma senza riuscirci, giacché nessuno li degnava d’uno sguardo tantomeno d’un sorriso. Li considerò solo Martina, che commentò buffamente il vestitino fiorato di lei e criticò le scarpacce di lui, mentre tutti avevano costose infradito, ammirandogli però i muscolosi polpacci abbronzati, lui che era muratore. Sandro, un tipo buono ma nervosetto, le rispose tagliente con lingua di fuoco finché l’arpia, che gli osservava vogliosa la vena gonfiata sul collo, si lasciò scappare certe frasette calcolate che avrebbero fatto ribollire il sangue anche ad un morto. 

Fu questa la goccia nel vaso famoso che traboccò. Infatti, il bel Sandro, con gli occhi di brace, andò su tutte le furie e rovesciò sulla sabbia il proprio bicchiere esclamando che la festa finiva così, mentre Francesca balbettava per l’onta, tutta rossa in viso per l’estemporanea scenata.

“Intrattabile, il tuo cavaliere”, sghignazzò Martina mentre lui s’allontanava senza salutare a passo serrato come un nemico in fuga. Francesca le rispose con un sorriso forzato che emanava imbarazzo e dolore, guardando l’amato ferito scomparire nella notte come una stella cadente. Ciononostante, per educazione e orgoglio, non lo seguì.

Continuò a presenziare alla festa seduta da sola, immobile sulla sdraio davanti al mare buio, a piangere per la vergogna e ad aspettare che la festa fosse finita e che tutti fossero andati via. Non voleva che la vedessero uscire mesta e senza il suo cavaliere, ignorando però che nessuno l’avrebbe notata, né lei né la sua ombra. Ogni tanto, fra una lacrima e l’altra, si spostava la frangetta del suo biondo caschetto, ancora fresco di piega. Intanto, la gongolante Martina, ormai nuda dinnanzi al gruppo d’amici ubriachi, innalzava il calice brindando sguaiata al suo perfido trionfo.

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