Racconti lunghi

Storie che necessitano di un ripensamento, scritte a metà fra la veglia e il sonno. 

Persone e luoghi che mi descrivono, radicate nel sogno ma divenute reali attraverso le forme degli altri.

”IL FUMO UCCIDE”

“Lo sai che il fumo uccide?”, disse il tabaccaio con aria di rimprovero mentre dava a Sergio il pacchetto di Marlboro. 

“Che razza di incoraggiamento!!!” pensò il ragazzo, un timido diciassettenne entrato per la prima volta in quel tabacchino di piazza del Guercino a Cento per comprarsi il suo primo pacchetto di sigarette. Non avrebbe mai pensato di venire redarguito proprio da chi vendeva tabacco per professione. Del resto, come si permetteva, quell’uomo? Neanche fosse stato suo padre! Quello sì che era un vero nemico del fumo! Suo padre non fumava, detestava il tabacco e soprattutto diceva di odiare tutti i fumatori, specie quei giovanotti con la sigaretta in mano che fumavano solo per darsi delle arie da adulti, quei poveri cretini ‘da prendere a schiaffoni’, come diceva lui ogni volta che vedeva un ragazzo fumare.

“Ascoltami bene, Sergio … tu non farlo mai!”, gli diceva serio, con uno sguardo da rimprovero. 

Suo padre era un uomo di circa cinquant’anni, di aspetto molto giovanile e sportivo. I capelli ancora neri, il viso incorniciato da un paio di occhiali da vista con la montatura spessa e nera, che a Sergio faceva pensare a qualche agente 007 visto nei film d’azione. Sotto gli occhiali, uno sguardo un po’ duro, a volte enigmatico che, anche quando l’uomo rideva, conservava una luce inquietante.

Il camionista, come spesso l’apostrofava per scherzo il ragazzo alle spalle sparlando di lui ai suoi amici, era abbastanza permaloso e non tollerava critiche alla sua persona ma, per contro, si dilettava a prendere apertamente in giro chi gli stava intorno con battute un po’ perfide per godersi la loro reazione. Di certo aveva un inusuale umorismo macabro e pareva divertirsi molto nel sentire se stesso mentre sparava le proprie battute contro le vittime del proprio bullismo verbale. Sergio ricordava bene come suo padre, un giorno, entrando in casa e trovando sua figlia maggiore intenta a rimirarsi allo specchio dell’ingresso con una punta di vanità e con un vestito lungo compratole dalla mamma per le imminenti vacanze al mare, raggelò tutti con una frase indimenticabile: “hai una figlia brutta e la vesti pure male!”. O quando, rivolgendosi al figlio che odiava giocare a pallone, minacciava di portarlo al campetto vicino all’argine del fiume dove diceva che già lo aspettavano i più truci bulletti del paese, accaniti giocatori di calcio, per una partita all’ultimo sangue. Gli piaceva innervosirlo.

Ora Sergio era cresciuto ma suo padre non si era affatto addolcito e vigilava con fare autoritario sui comportamenti del ragazzo che stava diventando adulto affinché non prendesse dei brutti vizi tipo quello del fumo, che secondo lui rappresentava una vergognosa piaga diffusa fra gli adolescenti italiani. Suo figlio, per ridere, lo provocava: 

“Ma dai, papà, che vuoi che sia una sigaretta? Preferisci la droga?”

“È la stessa cosa! S’inizia col tabacco, si finisce con l’eroina!”

Queste discussioni sul fumo erano diventate oramai un chiodo fisso del camionista specie durante i tragitti in camion col figlio da Cento a Modena, quando ogni tanto il ragazzo, anziché prendere la corriera, scroccava un passaggio al padre che aveva merci da trasportare fino alla città dello zampone. 

Viaggiare in camion era di certo più divertente. Ah, ma se avesse potuto guidare l’auto! Sergio fremeva dalla voglia di diventare maggiorenne per poter prendere la patente ed usare l’auto del padre, anche se quella vecchia Fiat 124 special di  color verde bottiglia non era certo il suo ideale di macchina, con i suoi sedili di pelle nera ed il suo volante duro come un ingranaggio senz’olio. Piuttosto, il camionista gli aveva già fatto intendere di voler comprare prima o poi una seconda auto, forse una Ford Fiesta, facendogli capire che l’intenzione era quella di darla al figlio una volta presa la patente. Questa cosa inorgogliva Sergio che non ne vedeva l’ora, immaginando se stesso all’ultimo anno di istituto agrario, arrivare a scuola alla guida di quella Ford Fiesta nuova fiammante, con una musicassetta di pezzi dance che suonava a tutto volume e la sigaretta fumante fra le dita.

Già, la sigaretta. C’era solo grande, piccolo problema… come avrebbe mai potuto dire a suo padre che aveva iniziato a fumare? A suo padre, così testardo, così categorico, così irremovibile nella sua avversione a fumo e fumatori. 

Ormai era un dato di fatto: il veto paterno sul fumo iniziava ad infastidire non poco il ragazzo che, credendosi ormai adulto,  voleva sentirsi libero… di scegliere… ed eventualmente anche di sbagliare. Beh, scegliere l’aveva già fatto, da qualche tempo l’idea di provare a fumare era diventata realtà e Sergio s’era comprato il suo bel pacchetto di sigarette. Tuttavia, per non creare casini in famiglia, aveva deciso di non svelare a nessun parente quella sua decisione e quindi fumava di nascosto fuori casa, con gli amici o da solo; non voleva assolutamente suscitare l’ira di suo padre, tantomeno dargli il motivo di farsi prendere ‘a schiaffoni in faccia’, come diceva lui. 

Da bambino, di grosse sberle ne aveva beccate solo un paio, per una marachella, quando aveva chiuso per scherzo la sorellina sul balcone e se l’era dimenticata là fuori per un po’. Suo padre, che aveva trovato la bimba in lacrime dietro la porta finestra del terrazzino, aveva poi punito Sergio con due bei ceffoni sulle guance. Ora, a diciassette anni, il ragazzo non voleva di certo ripetere l’esperienza, tanto meno per una sigaretta!

Un giorno, tuttavia, Sergio commise una leggerezza di cui si sarebbe pentito amaramente, tradendosi da solo: neanche a farlo apposta il pacchetto di Marlboro capitò fra le mani del camionista salutista. Per l’uomo quella fu la prova che il ragazzo, nonostante i suoi divieti e le sue pressioni psicologiche, aveva iniziato a fumare di nascosto. 

Era andata così: quel giorno suo padre, volendo uscire in scooter ma non trovandone la chiave, sapendo che suo figlio l’aveva usato poco prima e vedendo il giubbotto del ragazzo appeso all’attaccapanni dell’ingresso, vi frugò nelle tasche ed oltre alla chiave del motorino trovò il pacchetto di sigarette. Nessuno saprà mai il colpo che gli venne. Ma poiché l’uomo era un tipo che sapeva gestire le proprie emozioni in modo calcolato, anziché piombargli in camera dove stava forse studiando e prenderlo a schiaffoni, come diceva sempre che si doveva fare con gli adolescenti fumatori, decise di attuare un piano più subdolo, mettendolo di fronte all’evidenza il giorno dopo, da soli, sul camion.

L’indomani, verso le sette e mezza, padre e figlio s’apprestarono a partire per Ferrara: nell’ingresso di casa, l’uomo indossò il suo giaccone da lavoro e, cosa che non aveva mai fatto prima, prese il giubbotto del ragazzo e glielo porse, chiedendogli di controllare che non gli fosse caduto qualcosa dalla tasca. 

Sergio si sentì rabbrividire ma fece lo gnorri e mentre s’infilava il giubbotto sotto lo sguardo attento del padre, che appariva più serio del solito, si palpò le tasche. Quando sentì che il pacchetto non c’era più, ebbe un tonfo al cuore: era chiaro, suo padre l’aveva trovato e gliel’aveva requisito, forse buttato via. Tuttavia, decise di stare al gioco e, con una vera faccia da schiaffi, disse:

“No, no, papà, c’è tutto”. Suo padre lo fissò cupo in volto, sapendo che il figlio mentiva, poi uscì dalla porta, seguito dal ragazzo con la faccia mesta, giacché temeva le ire del padre. L’uomo, però, continuò il suo snervante gioco d’azzardo e salì sul camion come se nulla fosse.

I due percorsero la statale per un lungo tratto in silenzio, verso la città. Sergio, cercando di non farsi notare, si palpò ancora il giubbotto sopra le tasche, sperando di essersi sbagliato. Purtroppo non si sbagliava: il pacchetto di Marlboro non c’era più. Ed ora? Cosa sarebbe accaduto? Sergio sentiva un nervosismo crescente man mano che i minuti passavano.

All’altezza di San Giovanni in Persiceto, suo padre prese improvvisamente a parlare ma non fece menzione di quello che probabilmente era successo, ovvero del pacchetto trovato per caso e misteriosamente sparito nel nulla; si mise però a commentare, di punto in bianco, ‘quegli stupidotti che fumano’, terminandolo con il consueto veto dittatoriale che, in casa sua, ‘il tabacco era vietato”. Sergio incassò la provocazione ma, sentendosi ormai un adulto, decise che era arrivato il momento di rispondere con fermezza al camionista che stava giocando uno sporco gioco psicologico contro di lui, facendogli capire che non era un tonto tantomeno un succube imberbe. 

Con aria di sfida gli replicò:

“Ah sì? E se io invece volessi provare a fumare? Che fai per impedirlo? Mi prendi a schiaffoni in faccia?”, esclamò il ragazzo, con ironia, scimmiottando una frase paterna che l’aveva colpito e che ricordava bene.

La risposta inattesa di suo padre, però, lo disarmò, gelandogli il sangue: infatti, dopo averci riflettuto un attimo, come per trovare la giusta punizione,  l’uomo sfoderò un sorrisetto inquietante ed esclamò, senza peli sulla lingua:

“Ti uccido!”

Sergio ci rimase male. Che razza d’idea! Come gli era venuta in mente? Non avrebbe mai creduto che suo padre potesse arrivare a pensare di uccidere il figlio per una sigaretta! Ma come poteva un genitore parlare così? Che punizione estrema!

“Mi uccidi?” esclamò stupito il ragazzo, come per sincerarsi di avere capito bene.

“Sì”, sottolineò fiero della propria trovata il padre, “sotto le ruote del camion”. 

“Però!”, gli rispose laconico il ragazzo, “capirai che ridere”, simulando di non essere stato minimamente impressionato da quell’assurda minaccia per non dargli soddisfazione. 

L’uomo, compiaciuto, rincarò la dose:

“Il fumo uccide. Vuoi morire? Ti dò una mano io, spendi meno e fai prima!” 

A quel punto il ragazzo sbottò, rispondendo alle provocazioni paterne:

“Papà, tu non mi puoi impedire di fumare, se io lo voglio fare… Sono grande, ormai! Molti miei amici fumano, lo sai? Le sigarette me le possono dare anche loro!” 

Suo padre non gradì affatto quella risposta boriosa e s’infervorò:

“Finché vivrai in casa mia, farai quello che voglio io! Sennò, t’uccido!” 

Il figlio incassò quell’affondo finale con tanto d’estrema minaccia e tacque, pensando tatticamente che fosse meglio non stuzzicare ancora il genitore: lo conosceva bene e sapeva che sarebbe andato avanti per sfinimento, finendo probabilmente per litigare. Tuttavia, in cuor suo, già sapeva che appena possibile, lontano dagli occhi paterni, si sarebbe comprato un nuovo pacchetto di Marlboro e si sarebbe fumato un’altra sigaretta. Oramai, era una questione di principio!

Nell’abitacolo del camion regnò nuovamente il silenzio. Ogni tanto il padre fischiettava un motivetto che pareva un po’ inventato seppure ricordasse vagamente la famosa marcia funebre. Poi, continuando a guidare lungo la statale alberata di platani, prese a parlare dei prezzi del gasolio e della mezza stagione, tanto per cambiare discorso. Ma l’atmosfera era tesa e il figlio, non proferendo parola, la rendeva ancora più pesante.

Arrivati poco prima di Nonantola, oltrepassata l’insegna d’un bar tabacchi, l’uomo ricominciò all’improvviso la paternale inasprendo il tono della voce, sempre più dura ed irata. Parlò di ‘quei drogati dei fumatori’, del poco rispetto che nutrivano per gli altri, dei soldi buttati in sigarette, della loro puzza nauseabonda, delle multinazionali del tabacco che speculano sulla stupidità dei ragazzotti ignoranti come Sergio che si vogliono dare arie da grandi ma che non hanno capito niente e che continuano a spaccare le palle con le loro sigarette e che dalle sigarette si passa alla marijuana e poi alla droga e chi più ne ha più ne metta. Pareva la logorrea di un fiume in piena.

Sergio era impietrito mentre il camionista vomitava la sua arringa anti fumo guidando nervosamente, ora accelerando, ora frenando, ora sorpassando, ora imprecando. Poi, finalmente, smise pure lui di parlare. Nell’abitacolo dilagò di nuovo il silenzio, rotto soltanto dal rombo del motore. Nessuno osava fiatare. Finché, ad un tratto, l’uomo fermò il camion in una piazzola solitaria e con tono ora calmo ma sempre durissimo, si rivolse direttamente a Sergio:

“Ci dev’essere un problema alla ruota posteriore destra. Scendi a controllare, la sento sgonfia”. 

“Va bene, papà” rispose il ragazzo con voce sommessa e scese dal mezzo mentre il motore era acceso.

La notizia finì pure sui giornali.  Inondò la cronaca locale. Parlarono di fatalità. Di tragico incidente. I genitori affranti piansero lacrime di morte inondando il funerale di strazio che coprì ogni cosa. Dopo la sepoltura, la madre di Sergio fu sedata per lenirle un po’ di quell’immenso dolore. Il padre, invece, con lo sguardo vitreo e un sorriso beffardo, rimase al cimitero, davanti alla tomba del figlio, a fumarsi l’ultima sigaretta d’un pacchetto di Marlboro svanito nel nulla.

“UN CAFFÉ CON QUALCUNO” 

“Sei stata bene?”

Quella domanda, appena sussurrata, risuonò nell’aria come un’esplosione. La domanda dell’estraneo che frequentava da appena qualche ora,  aveva colto Marta alla sprovvista.

Per un brevissimo istante, Marta scrutò negli occhi lo sconosciuto davanti a sé, poi abbassò lo sguardo e prese a fissare lo zucchero che lentamente affondava nella crema densa e compatta del suo caffè macchiato in quella tazzina bianca. Abbozzò un sorriso, prese fra le dita il cucchiaino, lo sollevò appena dal piattino e lo ripose con delicatezza, quasi cercasse di evitare il suono del metallo sulla ceramica. Udiva la pioggia scrosciare contro la vetrata di quel bistrot fuori città, dove l’estraneo l’aveva portata cercando di concludere dignitosamente una vuoto pomeriggio passato insieme, ora che il tempo s’era guastato nuovamente.

Fino a quel momento avevano parlato del cibo, di come fosse difficile trovare una trattoria bolognese ancora genuina, di come le previsioni del tempo non fossero mai azzeccate e di quanto denaro valessero le case in collina.

Marta sapeva che l’estraneo nutriva interesse per lei: gliel’aveva fatto capire con delicato tatto, raccontandole di come fosse stata una bella idea superare timori e incertezze e telefonarle per proporle quell’incontro domenicale. Non aveva avuto il coraggio d’essere più esplicito. 

Per gentilezza, Marta gli aveva concesso un secondo sorriso privo d’espressione, poi aveva finalmente preso il cucchiaino fra le dita e cominciato a mescolare lo zucchero nel caffè. Stava cercando un po’ di tempo, forse un briciolo d’ispirazione prima di rispondergli qualcosa.

Ripensò ai tre anni che avevano preceduto quel banale momento, in quel bistrot ordinario, in compagnia di quell’estraneo impacciato e un po’ goffo. Rivide i tre anni passati con Bruno e gli indimenticabili giorni. Non fu difficile ritrovare i ricordi nell’archivio della memoria, ora che miriadi d’emozioni erano riaffiorate senza ordine né logica da un passato rimasto segretamente presente. 

Riprovò un attimo di spensieratezza. Lei e Bruno, quel viaggio improvvisato a Monaco di Baviera, in una fredda e luminosa giornata di settembre, quel Cafè quasi deserto, le birre e le patatine, mentre il vento sferzava i palazzi della città. Il calore del camino, guardarsi negli occhi che brillavano ed effondevano passione. Alla sera, l’auto presa a noleggio era rimasta chiusa nel parcheggio cittadino ma grazie alla telefonata nel suo goffo tedesco scolastico erano riusciti a farla liberare. 

Ripensò a quando, a Rimini, dopo una cena romantica, avevano litigato per una sciocchezza: lui era andato da solo fino al mare dicendo che doveva chiarirsi le idee. Uscendo di casa, aveva sbattuto la porta e lei, per ripicca, aveva buttato il dolce nella spazzatura. A notte fonda, però, era rientrato mogio mogio portandole una conchiglia in cui aveva infilato un biglietto con scritto ‘ti amo’. O quell’altra volta, quand’era stato operato al tendine e, per effetto dell’anestesia, era diventato frizzante e loquace, col vocione che parlava a vanvera, facendo proposte sconce all’infermiera. Era stato uno spasso vederlo così, lui che era sempre timido e gentile.

Giocare insieme al minigolf, centrare le buche con fatica, mentre il tepore della primavera scaldava la schiena, sotto al ciliegio in fiore.

Aspettare che tornasse dal lavoro, servirgli le lasagne e godere nel vederlo leccare il piatto come un cane affamato che ha finito le crocchette. Stare accoccolati davanti alla televisione e seguire a fatica un programma politico di suo interesse, adorandolo estasiata mentre lui cercava di spiegarle le dinamiche d’un quadro complesso che non le interessava affatto. Dopo il sesso, selvaggio e intenso, rilassavano i corpi sudati e rimanevano distesi a sonnecchiare abbracciati dietro alle tende chiuse della camera da letto. Alla mattina, trovarlo nudo, seduto sulla tazza del water, come un bambino paziente che aspetta di fare i propri bisogni. Prima d’uscire, dargli consigli sul colore della cravatta da abbinare alla camicia, sapendo che poi avrebbe comunque deciso da sé. 

Amarlo anche per questo.

Un calvados nel bicchiere, il profumo pregnante di mela e alcool che pizzicava le narici, le ostriche con la vinaigrette, quel ristorante immerso nella nebbia del porto di Honfleur, dove avevano trascorso il loro primo anniversario. La stanza dell’albergo, curata nei dettagli, le lenzuola di flanella. L’estuario della Senna, gli impressionisti e il sapore del mare. I loro passi sulla sabbia, non accorgendosi della marea che cresceva. Erano rimasti sul molo a osservare lo spettacolo, con stupita gioia e parole di silenzio. Tutto questo e altro ancora, già sepolto da un doloroso addio, stava ora riaffiorando come un ricordo distorto dal tempo mentre l’estraneo davanti a lei continuava noiosamente a parlare.

“Oggi non so più cosa aspettarmi dal lavoro. Le prospettive di carriera sono andate a farsi fottere e poi, si sa, se non si è cresciuti a questa età …”, si lamentò l’uomo, come per strapparla dai suoi profondi pensieri.

“Beh, mi pare che tu abbia avuto qualche occasione, mi dicevi…”

“Allora non hai capito: le occasioni c’erano, ma mica aspettavano me…”

“Non hai mai avuto tenacia”.

“Lo so. Nemmeno a trattenerti il giorno in cui andasti via”.

Marta si ricordò di quando passava la mano tra i capelli di Bruno, il suo antico amore, osservandone il colore paglierino, mescolato a striature più scure e a tratti più chiare, percependone la consistenza sottile, il profumo di pulito: si sentiva appagata. Alzò di nuovo lo sguardo e li confrontò coi capelli dell’estraneo: ancora biondi, d’un colore paglierino, ancora di consistenza sottile, ma che l’umidità della giornata aveva reso più pesanti, quasi appiccicosi. 

Gli occhi dell’estraneo, interrogativi e ansiosi, le si stamparono nell’anima: erano così buffi, con le pupille dilatate, ma esprimevano apprensione. Così diversi dagli occhi lucidi e brillanti, che pulsavano di vita, durante gli anni dell’amore. Il colore non era cambiato, quel grigio verde li rendeva sempre particolari, ancora piccoli e stretti. Marta non provava più nessun brivido.

“Si fa tardi. Ti secca se torniamo?”

“No, certo… T’accompagno?”

“No, chiamo un taxi. Tu ne hai di strada da fare…”

“Figurati! Sono abituato a farne sempre molta, di strada…”

“Io invece stasera devo fare molte cose…”

“Cosa, ad esempio? “

“Cose”.

“Va bene. Ma in fondo, tu, come sei stata?”

“E’ una sensazione strana”.

“Strana… a causa mia?”

“Strana. A causa di nessuno. E’ una questione personale”.

Lei chiamò il taxi al cellulare. Lui emise un sospiro. Poi tacquero a lungo, come per comprendere meglio il significato delle frasi brevi e concise che s’erano scambiati fino ad allora. Pareva che Marta avesse compiuto uno sforzo particolare affinché le proprie parole non trasmettessero nessuna emozione. Non voleva ferire ma neppure lenire. Lui sembrava avere incassato senza particolare dolore. Tossì lievemente. La voce gli diventò stranamente roca. Infine le chiese:

“Ma… ti ha fatto almeno un po’… un po’ di piacere, vedermi?”

“Non lo so. Forse no. Non credo. Scusa”.

“Mi spiace…”

“Non è colpa tua. E’ stato tanto tempo fa”

“Sì. Troppo tempo fa”.

“Andiamo?”

“Andiamo”.

Poi lui le disse: “sei mia ospite”.

Marta ringraziò, con lo sguardo assente. 

“Pensi che ci rivedremo?”

“Non credo. Non avrebbe senso”, concluse lei. 

Da quel momento regnò il silenzio. Si alzarono, lui pagò ma non le aprì la porta del bistrot, come invece aveva fatto all’arrivo, con galanteria. Il paesaggio intriso di pioggia sottolineava la presenza di nuovi, certi pensieri. Bruno rimase fermo sul marciapiede ad aspettare che arrivasse il taxi a portarla via.

Mentre saliva sull’autovettura, Marta sentì d’essersi tolta un peso. Il tassista si stupì un po’ nel vedere quella donna che sorrideva con gli occhi tristi e le guance solcate da lacrime. Muoveva le labbra senza emettere un suono, come se parlasse da sola in silenzio.

Cosa sei diventato, dove siamo andati. Dove ci siamo irrimediabilmente persi. Incontrarci in questo caffè, dopo tre anni di solitudine, è stato uno sbaglio. Una previsione degli eventi non corretta. Ci abbiamo provato. Adesso, spostata di lato la tazza del caffè, infilato il cappotto, pagato il conto e usciti da quel triste locale, ci aspetta una nuova vita. Consapevoli che tutto è finito davvero. Che nel frattempo i giorni, i mesi, gli anni ci hanno profondamente cambiati. 

Così radicalmente, da non provare nemmeno più amore per quello che è stato. 

Guardandoti riflesso nello specchietto del taxi ti vedo scomparire. Stai rimpicciolendo sempre di più dietro al finestrino posteriore della vettura. Sei un anonimo puntino, confuso fra le gocce di questa pioggia che cade inesorabile e leggera come una tela di ragno. Gocce simili a lacrime salate offuscano la vista di occhi socchiusi fra la veglia ed il sonno. 

So che il tergicristallo, a ritmo lento e regolare, vi sta spazzando via.

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